«Io ho la delega alla salute quindi dopo il sindaco e l’assessore Santorsola ho l’onere di esprimermi su questo». Così Felice Di Lernia, assessore comunale, parlando dell’ospedale nel corso del suo recente intervento alla nostra trasmissione domenica “Appuntamento con Trani”.
«Bisogna fare innanzitutto un’operazione di chiarezza – spiega Di Lernia -, perché quello che colpisce di questa città è che si discute del nulla. Io ricordo un consiglio comunale nel quale il cavalier Miranda fece dono al presidente della Regione Raffaele Fitto di un libro su Giacinto Francia. Quel consiglio comunale si tenne alla presenza di Fitto perché stava per chiudere l’ospedale di Trani. Noi stiamo parlando quindici anni dopo di una cosa accaduta quindici anni fa: dire oggi che è stato chiuso oggi l’ospedale di Trani si può dire o per totale ignoranza o per malafede. L’ospedale di Trani è stato chiuso quindici anni fa e quel libro, la storia di Giacinto Francia ne è il suggello a memoria. È chiaro che la colpa è stata di qualcuno, non sta a me dire di chi. Sarebbe interessante fare una ricostruzione storica per capire perché a un certo punto tra Trani e Bisceglie l’ospedale di Bisceglie prese un sopravvento ingiustificato per certi aspetti ma quello che interessa adesso è difendere il diritto alla salute dei cittadini di Trani. In questo momento tutto quello che diciamo può essere sconfermato dieci minuti dopo, le bocce sono in movimento. Santorsola in sintonia con me e con il sindaco Bottaro ha presentato delle proposte in Regione ed è prematuro dire se queste saranno prese in considerazione. È inammissibile che una città con più di 50mila abitanti si debba trovare a contare su un pronto soccorso degno di una città balneare di provincia. Questa cosa urla ingiustizia da tutti i punti di vista. Sul pronto soccorso, credo che qualcuno potrebbe dare conto di un eventuale danno erariale per un milione di euro che è stato speso. La realtà è che questo piano di riordino è stato gestito malissimo non so se per insipienza o per malafede. Ho partecipato alla conferenza dei sindaci alla presenza del direttore generale della Asl Bt e nessuno aveva a disposizione il piano di riordino».
Alla luce di ciò, per Di Lernia, la gravità della situazione del piano non è legata alla chiusura dell’ospedale in sé, ma ad altri tre fattori: «La Bat ha un numero di posti letto inferiore a quelli di cui avrebbe diritto. La risposta che ci viene data è che ha un numero pari alla capienza degli ospedali che ha, cioè gli ospedali di Andria Barletta e Bisceglie hanno il numero di posti letto che spettano. Ma è logico: avendo chiuso l’ospedale di Trani e Canosa non avete dove mettere i posti letto. Non è una risposta: se abbiamo diritto a un certo numero di posti letto non si capisce perché non li dovremmo avere. Secondo punto: in questo piano di riordino non si dice niente degli 800 milioni di euro di fatturato degli ospedali privati, molto famosi in Puglia, che allo stato attuale non vengono toccati dai tagli: questa è una sperequazione di tale evidenza che ci sembra ci sia dietro una precisa volontà politica. Terza questione, la Bat non avrà un ospedale di secondo livello. Io nella conferenza dei sindaci ho chiesto di mettere a verbale che chiedevo di poter disporre di un ospedale di secondo livello ad Andria che fosse molto più vicino del Policlinico o degli Ospedali riuniti di Foggia, che rispondono a un modello superato cioè quello delle molte strutture. Gli ospedali devono avere un unico edificio. Abbiamo l’esempio della Casa sollievo della sofferenza che è un ospedale enorme ma in un unico grande edificio, raggiungibile tutto dall’interno. Ci è stato detto che l’ospedale di secondo livello deve avere un bacino di utenti superiore a quello della Bat. Si parla di ragionare in termini di cerniera tra il Sud, il Nord barese e la Bat. Che si usi allora questo concetto per costruire un ospedale di secondo livello ad Andria».

