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Primo maggio, Trani e quel 23 per cento di disoccupati senza voce

Ricorre oggi la festa del lavoro o festa dei lavoratori, celebrata il primo maggio per ricordare l’impegno del movimento sindacale e i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale. Ha senso oggi festeggiare e ricordare questa festa? Quali sono i traguardi raggiunti dai lavoratori nel campo economico e sociale? Oggi che il lavoro è diventato ricatto, oggi che esso resta un miraggio per il 23 per cento dei tranesi, cosa c’è da festeggiare?

La parola “lavoro” ricorre spesso, almeno ogni cinque anni, ad ogni campagna elettorale: è una promessa, quella di più facile attecchimento per tutti. Ma Trani è la terza città nella provincia della Barletta-Andria-Trani per disoccupazione, dopo Canosa e Minervino. Eppure, sembra che a nessuno importi. Di beghe politiche si parla sempre, di disoccupazione sempre meno. La crescita economica, il Jobs act, le politiche sul lavoro, le pensioni, sono dei temi dei quali “meglio non parlare”. Procurano vergogna e fastidio. Tanto, l’uomo che non lavora non è libero.

A Trani ci sono centinaia di giovani non liberi, sono i cittadini di serie B, quelli che non hanno potere d’acquisto: il tasso di disoccupazione giovanile è del 47,9 per cento. Poi ci sono le donne che non lavorano, che costituiscono il 20 per cento della popolazione. Esse subiscono maggiormente la violenza economica dei mariti o dei partner.
A Trani ci sono centinaia di cittadini che si riversano fuori dalla sede comunale per cercare quella dignità che solo il lavoro ti dà, ma ci sono anche i padri di famiglia che silenziosamente cercano quella stessa dignità.

Buon primo maggio a chi crede che a Trani bisogna ricominciare a parlare di lavoro. Quello vero, meritocratico, e non quello dello sfruttamento, o quello che nasconde il rispetto degli altri dietro la scusa del lavoro.

Federica G. Porcelli


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