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L'immenso Flavio Bucci si racconta al circolo Dino Risi di Trani: «Noi attori siamo tutti un po' strani»

«Monicelli mi propose il personaggio di don Bastiano, chiedendomi di recitare in romanesco. Io non so parlare in romanesco, così mi disse “ma fa’ come ca..o ti pare!”, e recitai mezzo pugliese, mezzo torinese». Così Flavio Bucci, l’attore torinese di origini meridionali (madre di Ortanova, padre molisano), che vive a Roma, intervistato in un incontro moderato da Lorenzo Procacci Leone, Vito Santoro e Giuseppe Sansonna, nell'ambito della retrospettiva “Flavio Bucci, corpo eretico” che si sta tenendo al circolo del cinema Dino Risi. E a chi l’ha conosciuto come il don Bastiano de Il marchese del grillo, sembrerà diverso da quel prete–bandito costretto alla ghigliottina per un delitto d’onore, forte e orgoglioso, cristiano ma arrabbiato. Questo dimostra che Bucci è un bravo attore: sa recitare mostrandosi per quello che non è, ma, si sa, lo spettatore si affeziona più al personaggio che all’attore: «Noi attori siamo tutti un po’ strani» ammette inoltre.

Ossessionato dal proibizionismo che secondo lui attanaglia la vita moderna («non vado al cinema perché non posso fumare in sala» ripete ossessivamente), un po’ diffidente ma gentile con chi gli chiede una fotografia od un autografo, è stato salutato in apertura da Gianni Ciardo, suo amico, che appena ha saputo che Bucci si trovava a Trani è corso ad abbracciarlo.

L’ “eretico” attore ha avuto l’onore di lavorare con i più grandi del cinema, come l’inarrivabile Gian Maria Volonté, un uomo politicamente schierato che ha scelto solo pellicole “civili”, il versatile e grandissimo Nino Manfredi, Alberto Sordi, che Bucci definisce «un alieno». È stato diretto da registi come Mario Monicelli, Gigi Magni, Elio Petri («il mio mito», dice). Ma Bucci non ha una parola buona per tutti: di Dario Argento ricorda la boria; di Nanni Moretti, per il quale ha prodotto Ecce bombo, l’eccessiva meticolosità, al limite del paranoico.

Gli spettatori lo ricordano per il lavoro che gli regalò la consacrazione, lo sceneggiato televisivo Rai “Ligabue” di Salvatore Nocita, andato in onda quando ancora la tv di stato offriva prodotti di qualità, nel 1977: «Nocita con quello sceneggiato voleva fare un discorso sociologico, e l’unico che poteva scrivere del pittore Antonio Ligabue era Cesare Zavattini, secondo me il più grande intellettuale italiano del 1900» risponde Bucci, che è stato anche doppiatore di Gerard Depardieu per il film di Marco Ferreri "L'ultima donna".

E poi, attore teatrale, di un teatro tradizionale che aborriva l’avanguardia, insieme con Proietti. «C'era un attore di teatro d'avanguardia - dice ridendo - che si immedesimava nella novità, e Proietti gli disse: "Ma che stai a fa'?", lui mi rispose: "A ricercà". E Proietti gli rispose: "Allora nun hai capito, sospendi le ricerche!"»

Il grande lancio da protagonista è giunto appunto con Elio Petri in La classe operaia va in paradiso e La proprietà non è più un furto. Petri conosciuto grazie all'amicizia con Volonté.

Oggi l’attore ha nel cassetto un progetto con i fratelli Taviani. Ha infatti ancora voglia di lavorare, Flavio Bucci, e di fare quello che sa veramente fare: l’attore. Un attore tradizionale, ma sui generis. E noi, «massa di pecoroni», come ci avrebbe chiamato don Bastiano, abbiamo ancora bisogno di ascoltarlo, in questo cinema così ibrido ed asettico.

Federica G. Porcelli


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