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Trani, i rifiuti sotto il tappeto: un anno dopo la «cava dei veleni» è inaccessibile, ma non bonificata

La «cava dei veleni», un anno dopo, è quasi un bunker. Ed appaiono lontanissime nel tempo, molto più di quello reale, le paure e successive polemiche legate alle emissioni nauseabonde, avvertite nottetempo in città, e provenienti da quel vecchio impianto dismesso di estrazione del marmo. Il 9 giugno 2015 la cava fu finalmente localizzata nell'agro di Trani, in contrada Profico, fra le strade provinciali 13 e 268.

Quella mattina giunsero sul posto Polizia locale e Vigili del fuoco e, dal giorno successivo, iniziarono gli interventi di soffocamento dei fuochi che provenivano da una parete di quel sito: fiamme, fumo e odori nocivi erano la conseguenza del rogo di un’enorme massa di rifiuti solidi urbani, illecitamente conferiti per anni in quella cava, senza alcun controllo, senza alcuna sanzione, senza colpo ferire.

Dopo cinque giorni di lavoro consecutivi, con ruspe e pale gommate, si riuscì finalmente a spegnere l'incendio e, a distanza di alcune settimane, si ebbero i dati definitivi relativi al grado di nocività e pericolosità delle emissioni rilasciate nell'atmosfera da quel copioso incendio. Invece, non se ne sono mai individuati i responsabili, né si è a conoscenza di una formale inchiesta della magistratura a carico di uno o più soggetti.

Le uniche certezze odierne, ritornando sul posto a distanza di un anno, sono legate al fatto che, ormai, l'accesso di camion a quel sito è pressoché impossibile: infatti una grande spianata rialzata di pietre e terra, non consente in alcun modo l'accesso alla bocca della cava.

Allo stesso modo, la spianata di servizio realizzata dai mezzi della Trani scavi, che con soli 10mila svolsero il lavoro di soffocamento dell'incendio, adesso è nuovamente ricoperta di un’enorme massa di massi e sterpaglie che rende quasi impossibile scorgere la cava stessa.

A questa diventa difficile persino affacciarsi a piedi nel punto più prossimo al ciglio, ma tanto basta a scorgere e comprendere che un’ancor più folta vegetazione è ricresciuta su quell'enorme massa di terra riversata sui rifiuti abbancati in quel sito.

A questo punto, lo stato dell’arte appare chiaro: i rifiuti sono sempre lì, ma, semplicemente, non sono più né accessibili, né in vista.

Paradossalmente, la cava è al riparo da nuovi conferimenti, ma non da eventuali nuovi incendi. E, soprattutto è impossibile stabilire se la permanenza dei rifiuti possa compromettere la falda, ammesso e non concesso che lo abbia già fatto per un numero imprecisato di anni.

Quel che è sicuro è che catene, ben visibili a distanza, hanno isolato tra loro le varie porzioni di strada di accesso al grande buco e, tranne una sola eccezione nei pressi della bocca della cava, non si scorgono neanche quelle tante piccole, medie e grandi discariche a cielo aperto di rifiuti che, invece, lo scorso anno avevano arrecato un pessimo valore aggiunto ad un luogo apparso quanto meno spettrale.

In fondo alla cava restano le carcasse d'auto, già rivelatesi lo scorso anno, e tanti misteri sui quali non si sono avuti tempo, soldi e forse, soprattutto, voglia di fare luce.

Probabilmente, lo scorso anno si sarebbe potuto e dovuto fare di più, non soltanto tamponando con successo un'emergenza immediata per la salute pubblica, ma anche andando oltre negli approfondimenti, alla ricerca di eventuali, nuove fonti di rischio, nonché di responsabili che, in realtà, non si conosceranno mai.

E pensare che, anche e soprattutto su questi temi, sempre l'anno scorso, di questi tempi, ci si giocavano la campagna elettorale ed il consenso della popolazione.


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