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Tre ore di show ed emozioni: un immenso Arbore regala a Trani una notte memorabile

Una lunga carrellata di immagini storiche, fra i personaggi scoperti, quelli incontrati, quelli valorizzati. E poi i concerti in giro per il mondo, da ambasciatore della musica italiana come pochi hanno saputo fare.

Sulle note di Reginella e le foto di Roberto Murolo, cui ha sempre dedicato il brano sigla dei suoi concerti, Renzo Arbore è entrato in scena levandosi il cappello, “perché Trani è Trani e questa serata, in questo posto, è davvero magica”.

Da Murolo a Carosone il passo è breve, e del grande Renato passano in sequenza prima Maruzzella, poi ‘O Sarracino, i pezzi che scaldano sia l’Orchestra italiana, sia il pubblico di una piazza Duomo gremita in ogni ordine di posto, come conferma lo stesso Arbore: “Lo spettacolo, ve lo assicuro, lo vedo io da qui”.

E, proprio nello stesso momento, inizia il racconto dei suoi aneddoti, tra i segreti della sua eterna gioventù e l’imbarazzo per i selfie, richiesti persino in chiesa vicino ad una bara.

La musica si riprende la scena con Guaglione e Pecché nun ce ne jammo in America, suonate con arrangiamenti pressoché sovrapponibili alle versioni originali, quelle incise nei dischi che tanti hanno e tutti ascoltano e ballano nelle serate di ogni momento dell’anno.

La cantante della formazione, Barbara Bonaiuto, diventa padrona della scena con Voce ‘e notte e Cançao do mar, che Arbore dedica “a Trani ed al suo mare, che poi è anche il mio, l’Adriatico”.

Un altro pezzo che appassiona la piazza è Dicitencello vuje, interpretato da Gianni Conte, che poi esalta il pubblico di Fuori museo con una versione di Nessun dorma impreziosita da un sublime arrangiamento dei mandolinisti, musicisti che, quando nacque l’Orchestra italiana, erano quasi scomparsi dalla scena musicale ed invece, dopo, sono totalmente rifioriti.

Arbore chiede scusa annunciando tre ore di concerto, dalla platea una voce grida: “Volentieri”. Lui ringrazia e va avanti raccontando episodi, siparietti e storielle, la più brillante delle quali se la tiene per ultima: “Un bambino va dal prete e lo saluta: buongiorno padre. E quello: uagliò, di’ a tua madre di parlare di meno”.

C’è poco da fare: Renzo Arbore è un Re Mida dello spettacolo, capace di trasformare in oro, ed applausi, qualsiasi cosa faccia e dica. La Fondazione Seca ha avuto il merito di intercettare questa basilare esigenza del pubblico, riportandolo a Trani e scrivendo la pagina forse più bella di Fuori museo, che ripaga il sodalizio del presidente, Isabella Ciccolella, e del fondatore, Natalino Pagano, di tanti sacrifici e sforzi compiuti per superare problemi, spegnere polemiche e regalare alla città dieci perle autentiche.

Arbore si siede anche al pianoforte e rende, in stile night club, un sentito omaggio a Domenico Modugno con la memorabile Piove. L’arrangiamento è a ritmo di swing, genere che Arbore sta rilanciando richiamando, fra gli altri maestri, Natalino Otto, neanche a farlo apposta omonimo dell’organizzatore di questo e tutti gli altri spettacoli di Fuori museo.

Con Smorz ‘e llights giunge invece il momento del clarinetto e delle storie a doppio senso sul cavallo dei pantaloni pre jeans, esaltato da un pezzo con numerosi inserimenti ed improvvisazioni.

È l’anticamera di un gran finale che parte con Comme facette mammeta, prosegue con Aummo aummo e trova l’apoteosi con O surdato nnammurato e O sole mio.

Il massimo coinvolgimento del pubblico arriva con Ma la notte no, più delle altre infarcita di bellissime improvvisazioni, e Vengo dopo il tiggì.

Arbore e la sua “orchestina” si divertono e non si fermano più, trasformandosi un un fiume in piena che inonda di gioia ed entusiasmo la piazza con Luna rossa.

Mezzanotte e mezza sono abbondantemente superate, il muro delle tre ore infranto ed Arbore, gran professionista, sigilla una notte memorabile, non prima di mandare tutti a casa con Il materasso, Luna rossa e Cacao meravigliao.

Cara Trani, c’è poco da fare, questo è quanto di meglio ti si possa regalare. Riflettici prima di piangerti addosso: in piazza Duomo, qualcuno sa ancora come toccarti le corde giuste.


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