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Trani, forse oggi le ultime ore di agonia: lascerebbe Fumai ed anche Savi starebbe vacillando

Il calcio in agonia, già a settembre, ancora ci mancava. Di solito le crisi societarie, un po' ovunque, cominciavano sempre tra dicembre e gennaio, ma questa volta il Trani ha precorso i tempi e già adesso, dopo due sole giornate di campionato e due partite di coppa, rischia di scomparire.

La situazione è ancora in piena evoluzione, ma le avvisaglie sono tutte negative poiché, oggi, potrebbe mollare anche il tecnico, Muzio Fumai, e lo stesso presidente Savi, sebbene abbia dichiarato altro, sarebbe ad un passo dal getto della spugna.

Per la cronaca, nell'ultimo weekend, alla spicciolata, hanno rassegnato le dimissioni altri tre collaboratori della società: Saverio Suriano; Saverio Dragonetti; Roberto Angarano.

Peraltro, il termine che il massimo dirigente biancazzurro aveva concesso ai giocatori prima di assumere ogni definitiva decisione è abbondantemente scaduto: la formazione di ieri, a Cerignola, dimostra che nessuno abbia scelto di restare in biancoazzurro.

La situazione è nota già da alcuni giorni. La società ha comunicato agli atleti di non essere nelle condizioni di pagare gli stipendi e pertanto i tesserati, con una nota congiunta, hanno fatto sapere che, loro malgrado, sono stati costretti a ricercare soluzioni alternative.

All'origine dello strappo, l'addio dei due massimi dirigenti biancoazzurri che avevano affiancato il presidente: il direttore generale, Caldarulo, e quello sportivo, Dammacco. Proprio loro avrebbero dovuto portare le risorse finanziarie, oltre che un gruppo di giocatori che infatti, proprio perché a loro riconducibili, sono stati i primi a fare le valigie.

Savi si trova adesso nella condizione di ricercare un altro main sponsor, o più di un socio, in grado di portare quel denaro che la società non ha più in cassa: il tempo sta già scadendo e Savi ha fatto semplicemente sapere che le proverà tutte, fino all'ultimo momento utile.

In subordine si vorrebbe intavolare, con il Comune di Trani, una trattativa che determini alcuni sbocchi di carattere economico.

Su questo il presidente non si è sbilanciato ma, chiarito che un Comune non può finanziare un club sportivo, è anche vero che, proprio in contemporanea con queste generiche dichiarazioni, è arrivata l'aggiudicazione definitiva dell'affidamento in concessione per tre anni dello stadio comunale in favore della Vigor.

E questa potrebbe essere la soluzione almeno di parte dei problemi economici del Trani, ma le somme si aggirano intorno ai 40mila euro annui, che non coprirebbero il fabbisogno, al netto delle spese da sostenere per lo stadio stesso, soprattutto con riferimento alla rifunzionalizzazione del manto erboso, che procede a sua volta molto a rilento.

In altre parole, un autentico calvario che fa passare in secondo piano l'aspetto​ sportivo​, a sua volta caratterizzato da difficoltà che vanno di pari passo con quelle societarie: eliminazione in Coppa Italia dal Barletta (0-3 e 1-1), pareggio casalingo contro il Novoli (1-1), disfatta a Cerignola (7-1), con tredici giovanissimi a referto.

Siamo ormai alle ultime ore buone per credere nel miracolo. Il cuore spera, la ragione ci fa considerare che è passata un'intera estate per costruire un progetto crollato, invece, come un castello di sabbia in riva al mare: probabilmente la giostra si sarebbe dovuta fermare del tutto, alle prime avvisaglie di difficoltà, per ripartire con uomini e spirito nuovi, invece s'è voluto partire ugualmente, scommettendo su una quota troppo alta.

Forse lo aveva compreso per primo l'ottimo, storico segretario del Trani di tante stagioni, quel Nicola Palumbo con il quale o senza il quale non è prorpio la stessa cosa: persona di grande esperienza e pragmatismo, forse aveva capito l'antifona cambiando società dopo una vita spesa per i colori della sua città. Una scelta quasi passata sotto silenzio la scorsa estate, ma che oggi assume un valore di quasi profezia.  

Trani fa già fatica in tanti settori, ma un calcio così non aiuta a ridare lustro ad una città che merita, almeno, più rispetto.


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