Torna a proporre opere d'autore la galleria d'arte Michelangiolo, in via Giovanni Bovio 186, e lo fa con la mostra di Massimo Rao, in programma fino a domani, venerdì 6 gennaio. Si tratta, dunque, della classica strenna di fine anno che Antonio Ladogana, erede di Michele, fondatore della galleria, propone al pubblico di appassionati ed a tutti coloro che vogliano avvicinarsi all'arte ed al bello.
L'artista scelto per l'occasione rappresenta uno degli personaggi di spicco dell'arte moderna. Famoso per le sue introspezioni e la capacità di fare risaltare ed esaltare, come pochi, particolari di cose e persone, Rao è morto vent'anni fa ed è anche per questo che Ladogana, che ne era amico fraterno, ha voluto rendergli omaggio.
Il suo percorso artistico iniziò proprio nella galleria di Trani, sotto l'egida di Michele Ladogana, ma Antonio già respirava arte a pieni polmoni e trovò in Rao un ulteriore sostegno a restare nel solco del percorso del padre: «Ha avuto sempre una componente onirica preminente - racconta Ladogana di Rao -, che lo accomunava ad altri pittori di grande talento, ma forse un po' dimenticati, come Tommasi Ferroni, Clerici, Annigoni, Donizzetti e De Stefano. L'invenzione mai scontata e sempre sicura, la tecnica superlativa coltivata sui maestri antichi, la capacità intelligente di dare significato ai suoi quadri, che non sono una ripetizione meccanica di quello già visto, sono peculiarità che Rao ha mai perso».
Disegnatore, pittore, incisore straordinario, Rao viene definito «pieno di fantasia e mai citazionista. La sua opera era radicata in stratificazioni culturali di grande tradizione: la Napoli di Benedetto Cavallino e Ribera; il manierismo toscano di Pontormo; il gusto nordico di Durer, Van Eyck e Grunewald».
Quali, dunque, i tratti distintivi della poetica di Rao? «A prima vista - risponde Ladogana -, si direbbe che, sopra ogni cosa, prediliga il drappeggio. I suoi personaggi sono sempre immersi in panneggi ampi e gonfi, a volte a più riprese, intorno al corpo e al capo. Poi ci si rende conto di altri particolari: nei suoi quadri appaiono maschere appese ad un filo, lune piene misteriose immersi in paesaggi solitari e scabri del nostro o di un altro pianeta. E poi la malinconia, un altro dei suoi tratti ricorrenti, negli sguardi, atteggiamenti di abbandono, solitudine di personaggi senza tempo».
In altre parole, nell'opera di Rao, «le cose non sono come appaiono, ma nascondono sempre infinite storie, inquiete memorie, sogni non ancora sognati. Ricordo - racconta ancora Ladogana - quando mi confessò che "nella pittura bisogna essere spietati, continuare a togliere anziché aggiungere. È una disciplina che porta alla conoscenza di se stessi ed a scoprire i propri limiti". Questa mostra vuole essere un contributo a preservare il suo ricordo e la sua opera».
L'esposizione sarà sempre fruibile negli orari d'apertura della galleria.




