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Giornata contro la violenza sulle donne, Filippo Ungaro ricorda Pia de’ Tolomei, vittima di femminicidio

L’undicesimo mese del 1960 volgeva rapidamente al termine, quando tre donne energiche di grandi ideali, e radicata fede democratica (le tre sorelle Mirabal, nemiche del governo assolutistico di Rafael Leónidas Trujillo, sittatore della Repubblica Dominicana), furono barbaramente torturate, bastonate e fatte precipitare in una rupe scoscesa.

Quel giorno, “25 novembre”, costituì una tappa miliare nel corso della lunga e tormentata storia degli infiniti soprusi commessi a danno del “pianeta donna” (“femminicidio”, “stalking”, misoginia strisciante o conclamata, annientamento fisico dell’identità, ustioni, lesioni d’ogni genere e quant’altro di assolutamente nefando...), poiché, con successiva e ponderata determinazione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, emessa con Risoluzione n° 54-134 del 17 dicembre 1999, fu dichiarato solennemente “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, onde sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su una problematica di estrema attualità nei nostri oscuri tempi.

Ebbene, per la ricorrenza del “25 novembre 2016”, è doveroso fare memoria di un drammatico episodio, non unico tra i tanti d’ogni età, occorso nel secolo XIII ad una graziosa e mite gentildonna della civile Siena, gettata dall’alto di una finestra in un orrido burrone per la bieca crudeltà del coniuge. Intendiamo riferirci a Pia dei Tolomei (Siena,...... / Castello della Pietra presso Massa Marittima,1295 o 1297), leggiadra e sfortunata figlia di Buonincontro Guastelloni, già vedova di Baldo d’Aldobrandino.
Di lei s’innamorò, poi sposandola, il Conte Paganello o “Nello” d’Inghiramo dei Pannocchieschi, Signore del turrito Castello della Pietra nell’allora acquitrinosa Maremma toscana, Capitano della Lega Guelfa del 1284 e Podestà di Volterra e Lucca nel 1297.

Non abbiamo notizie consistenti, se non quelle dei pochi,“ut ita dicam”, scrittori di “cronaca nera” del tempo, ma pare, e su questo alcune testimonianze indirette sono concordi, che nel contesto della vita matrimoniale di Paganello e Pia le cose non andassero molto bene, sicché tra i due venne presto meno ogni vincolo di armonia e fedeltà, soprattutto a causa di una nuova passione del Conte per l’avvenente Margherita Aldobrandeschi, Contessa di Sovana e Pitigliano (Grossseto).
Per secondare i suoi novelli sentimenti di concupiscenza, Paganello non ebbe alcuna esitazione nell’eliminare la povera Pia, e, pertanto, fece rinchiudere fra le tetre mura del suo Castello della Pietra l’infelice donna, della quale poi non si trovò più il corpo, secondo un rituale che persiste al tempo d’oggi, come gli ultimi eventi di efferato femminicidio confermano. Con alta probabilità Pia fu fatta cadere (1295? 1297?) da un’insidiosa apertura o da un trabocchetto del Castello nel sottostante ed inaccessibile burrone.

Di poi, Paganello sposò l’agognata Margherita, dalla quale ebbe un figlio, tale “Binduccio”, il quale, non ancora tredicenne, fu gettato in un pozzo (maledizione di famiglia o vendetta premeditata del destino?) da alcuni prezzolati della nemica famiglia degli Orsini.

Un fitto alone di mistero calò sulla vicenda tristissima, che ebbe, comunque, tale risonanza da indurre Dante Alighieri ad eternare con pochi versi, ma significativi, la vicenda umana e morale dell’infelice Pia dei Tolomei nel Canto quinto del Purgatorio, ove il Sommo Poeta trattò, con estrema “pietas”, del caso della nobildonna senese («Ricorditi di me, che son la Pia: / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ΄nnanellata pria / disposando m’avea con la sua gemma» - Purgatorio, V, vv. 132-136). Con queste parole sommesse, pronunciate in toni familiari e pacati, “la Pia” confermò, secondo Dante, d’essere stata sottratta alla vita nella Maremma da quell’uomo che, promettendo di sposarla, le aveva donato l’anello, gemma preziosa.
Una tragedia dai foschi e misteriosi segreti fu, certamente, quella di Pia dei Tolomei, privata della vita e del diritto di disporre liberamente del corso della sua esistenza, non diversamente da quanto accadde nel 1960 alle Sorelle Mirabal, vittime della violenza disgregatrice dell’odio, che impetuoso si manifesta in quanti hanno illecitamente ritenuto,“omni tempore locoque”, di disporre a loro piacimento dell’«Universo femminile».

Sia il “25 novembre” del corrente anno un’occasione proficua di confronto e riflessione su tematiche dolorose di siffatta importanza!

Filippo Ungaro

 

 

 


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