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"L'addio" o la debilitante virtù del conflitto: presentato a Trani l'ultimo romanzo di Antonio Moresco

«"L'Addio" racconta di un viaggio, un percorso, una conquista del protagonista». È così che Vito Santoro, critico letterario e curatore della rassegna "Scrittori nel tempo", ha introdotto la serata di presentazione dell''ultimo romanzo di Antonio Moresco, "L'addio", presso la libreria "Luna di sabbia".

Ma, forse, più che di un viaggio, ne "L'addio" assistiamo ad un conflitto: è la conflittualità la sua quintessenza, la costante che percorre ed erode carsicamente l'intera impalcatura del romanzo, nonché la figura stessa dell'autore. In effetti, dopo l'introduzione di Vito Santoro, visibilmente emozionato (data la caratura di Moresco, uno dei massimi scrittori viventi, nonché candidato al premio Strega 2016), le parole dell'autore non fanno altro che confermare questa impressione. Del resto, lo stesso Santoro ha riportato le parole di un suo collega, Raffaele Donnarumma, secondo cui la scrittura di Moresco è «una scrittura agonistica, che tende ad aggredire il reale».
Il conflitto, in effetti, si denota già nella forma-libro di questo romanzo: non è un noir, un romanzo poliziesco, «è, com'è tipico di Moresco, tante cose - sostiene Santoro -; è una nuova invenzione». E lo stesso Moresco afferma che «già la prima frase del libro ("Mi chiamo D'Arco e sono uno sbirro morto") fa franare il poliziesco».

Già, perché il plot sembra solo un pretesto per parlare d'altro, come l'atavico problema del male e della sua presenza nel mondo. Infatti, è proprio «da questa riflessione che, mentre ero in Sardegna, mi viene l'idea de "L'addio"». Ed è proprio intorno a questa "quaestio infinita" che si avviluppa un altro conflitto senza soluzione, lo scontro tra bene e male, ombra e luce (l'agente Laszlo e la sua nemesi Lucifero). Più che uno scontro, però, è, per Moresco, un confronto, in quanto «non voglio stare, come scrittore, su un pulpito: nei miei libri voglio dare voce anche alle ragioni, pur terribili, del male. Penso alla "Genesi": lì si racconta la creazione, la separazione netta tra le cose. Ecco, a me interessa il secondo prima di questa separazione».

Ma è la stessa figura di Moresco ad essere investita dalla conflittualità, perché, come ammette, «nelle pagine iniziali esprimo, con totale sincerità, una grande disperazione, derivante dal momento difficile che stavo attraversando». Un conflitto interiore e, quindi, più vero, reale. Non come le sterili polemiche di etichetta, di chi lo vorrebbe uno scrittore fantasmagorico (Berardinelli), non realista. «Ma realismo - afferma Moresco - non vuol dire realtà, è solo un pezzettino di essa, solo una delle sue possibili proiezioni (come insegnano Shakespeare o Cervantes). Del resto, tra i miei scrittori preferiti ci sono gli scrittori dell'Ottocento, cosiddetti "realisti" (Balzac, gli scrittori russi, etc.). La mia battaglia è contro l'uso, o meglio, il riuso che si fa oggi di questa parola: non si sono sforzati neanche di coniare un nuovo termine».

Infine, di conflitto, suo malgrado, si sostanzia la natura dei suoi rapporti con il mondo della cultura e dell'editoria italiane. «È sempre stato un rapporto difficile, tant'è che con "L'addio" credevo di prendermi un lungo congedo dalla letteratura. Non so perché il dibattito critico si sia polarizzato su di me. Probabilmente, ho rotto il galateo italico, fatto di attaccabrighe: ma io non sono così; per me, è una gran perdita di tempo». «Inoltre», continua, «ho dovuto lottare per conservare il mio spazio di immobilità e contemplazione di scrittore». Uno spazio, questo, che ha trovato maggior terreno fertile all'estero, dove Moresco ha ricevuto subito grandi, quanto inaspettati riconoscimenti (Francia su tutti). Senza polemiche però, tipiche dell'italico suolo.

Stefano Mastromauro


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