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Trani, montagne di “cacao” sul litorale: lungomare Chiarelli invaso dalla Posidonia oceanica

Negli ultimi giorni, un insolito accumulo di sabbia/fango sta tingendo di marrone il tratto di costa compreso tra lo Scoglio di Frisio ed il collettore alluvionale, in corrispondenza del lungomare Chiarelli. In realtà, non si tratta di fango né di sabbia, bensì delle cosiddette "banquettes", ossia i depositi strutturati di foglie di "Posidonia oceanica" in decomposizione.

La Posidonia è una pianta acquatica endemica (cioè specifica) del mar Mediterraneo, che, proprio come le piante terrestri, ha radici, fusto e foglie e si distende sul fondale marino formando una vera e propria prateria sottomarina.

Quando, però, le sue foglie muoiono, il moto ondoso e le correnti le trasportano a riva, provocando il caratteristico fenomeno dell'accumulo di Posidonia spiaggiata: in pratica, quel deposito dal colore marrone, a cui si è accennato prima, tipico, tra le altre, della costa pugliese.

Il fenomeno delle banquettes si verifica normalmente in un periodo compreso tra inizio autunno e fine inverno, ma per l'azione antropica (e quindi non naturalmente) può verificarsi anche durante la stagione estiva.

Talvolta accompagnate da un cattivo odore, queste dune di Posidonia non fanno certo una gran figura agli occhi di turisti e bagnanti e, quindi, sono spesso inconsciamente associate ad un pessimo stato di salute del mare. Tuttavia, sebbene siano ancora in corso studi e ricerche al riguardo, pare ormai certo che questa associazione sia del tutto errata, anzi.

La Posidonia è oggi considerata un buon indicatore delle acque marine costiere, in positivo però. Essa, infatti, contribuisce a migliorare la qualità dell'acqua marina, rivestendo un ruolo di grande importanza in ambito ecologico, dal momento che, in quanto pianta tendente alla formazione di praterie, costituisce un ottimo habitat per diversi ecosistemi (animali e vegetali) e, per di più, protegge (anche con le stesse "banquettes") le coste dai fenomeni di erosione.

Il caso dell'accumulo nel tratto sottostante al lungomare Chiarelli è, come detto in apertura, insolito perché lì non si era mai verificato o, perlomeno, è accaduto assai raramente. Questo fenomeno, infatti, si attua in condizioni particolari, tra cui la conformazione del litorale, in primis.

Ecco perché esso interessa in modo più consistente la piccola conca presente allo sbocco di via Galileo Galilei ed il tratto ai piedi del Castello svevo. Nel nostro caso la Posidonia, o meglio, quel che ne rimane, ha creato un curioso effetto sugli scogli in cui si è spiaggiata, quasi di polvere di cacao. 

Ancora oggi, comunque, c'è molta confusione su come trattare e rimuovere questi depositi. Spesso si ricorre a metodi troppo coercitivi, con l'utilizzo di mezzi meccanici, che, però, contribuiscono alla scomparsa o regressione della preziosa pianta; un disastro acuito, peraltro, anche dall'inquinamento dei mari (soprattutto a causa degli scarichi fognari), da particolari tipi di pesca (come quella a strascico), dall'attività di nautica da diporto, etc.

La  soluzione migliore è, come al solito, lasciar fare al mare il suo corso, intervenire sempre meno ed avere il minor impatto possibile su di esso, in quanto la mano dell'uomo si fa sempre eccessivamente sentire.

Stefano Mastromauro     


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