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“Otto marzo”: da Trani Filippo Ungaro ricorda Lise Meitner, la scienziata che studiò la radioattività

Sono tante le donne vissute, “praeterito tempore”, in condizioni umilianti e nel contesto drammatico di violente situazioni, spesso degenerate (l’odierno “femminicidio” insegna), ma non inferiore è il numero di quelle che, dotate di grande talento nelle lettere, nelle arti e nelle scienze, sono state vittime di un oblio ingrato e colpevole presso la posterità, nonostante i loro luminosi ed alti meriti nei diversi campi del sapere.

Ricordiamo, ad esempio, l’illustre professoressa Lise Meitner (Vienna, 1878- Cambridge, 1968), un’insigne studiosa di Fisica nucleare, la quale fu in rapporti di amicizia e collaborazione con vari e formidabili “calibri” della scienza dei secoli XIX e XX, tra i quali Albert Einstein (Premio Nobel 1921- Fisica) e Marie Sklodowska (Premio Nobel 1903, in associazione con il marito Pierre Curie, per la Fisica, nonché nel 1911 per la Chimica).

Lise Meitner apparteneva, per via del padre, avvocato Philip, ad una famiglia benestante di origini ebraiche, tuttavia venne educata secondo le convinzioni del Protestantesimo, da cui si allontanò più tardi, orientandosi verso il Cattolicesimo. Nutrì dalla prima adolescenza una grande passione per gli studi filosofici e scientifici, ma, dato che alle ragazze in quei tempi era precluso ogni accesso agli istituti superiori, dovette terminare il suo corso scolastico alle Inferiori.  In virtù del suo amore per la ricerca ed in nome di quelle condizioni di parità, che spettano alla donna anche nel sociale, non si rassegnò alle ingiuste discriminazioni di quei tempi e, da provetta autodidatta, proseguì il suo “iter” cognitivo-formativo, al termine del quale conseguì il Diploma delle Superiori.

Dotata di grande intuito intellettivo e di filantropici sentimenti di gentilezza e benevolenza nei confronti del prossimo, ottenne nel 1906, superando non pochi ostacoli (tra i quali l’obbligo, come donna, d’entrare dalla porta di servizio nelle aule e nei laboratori), il Dottorato di fisica presso l’Università della sua nativa Vienna, per, poi dedicarsi (dopo la cruenta bufera della Prima Guerra Mondiale, quando svolse le funzioni d’infermiera di radiologia dell’Esercito austriaco in un Ospedale del Fronte Orientale), alla docenza universitaria, dal 1926, presso il qualificato Ateneo di Berlino, ove collaborò come assistente, senza retribuzione (sic!) del fisico Max Plank (Premio Nobel 1918-Fisica).

La follia dell’autoritarismo nazista le fu, però, di grave nocumento per le sue radici ebraiche e, suo malgrado, nel 1933 fu allontanata dall’insegnamento presso l’Università berlinese. Non si diede per vinta, ancora una volta, in nome del superiore interesse per il progresso scientifico, e, tenace come sempre, continuò a svolgere le sue ricerche preziose, sempre in Berlino, nel “Kaiser Wilhelm Institut für Chemie”, che godeva di una certa autonomia nei confronti della repressione antisemita dello Stato germanico.

Intanto, già dal 1917, coadiuvata dallo scienziato Otto Hahn, con cui condivise un trentennale sodalizio scientifico, Lise Meitner aveva individuato, durante i suoi studi serrati sulla radioattività, un elemento metallico, molto denso e raro a trovarsi in natura, denominato “protoattinio” e ricavato, alcuni decenni dopo, dalle scorie del combustibile nucleare in fase di esaurimento.

L’anno 1938 fu particolarmente doloroso per la Meitner, perché, divenuta cittadina tedesca d’ufficio, in forza dell’annessione austriaca da parte della Germania, fu costretta a lasciare Berlino ed a rifugiarsi  nella pacifica e più mite Svezia, mentre s’intensificava la persecuzione del Nazismo ai danni degli Ebrei.

A Stoccolma Ella proseguì le sue utili ricerche sulla radioattività, cui dedicò l’intera sua vita, presso il più accogliente “Istituto Nobel”, ove, in stretti contatti culturali e scientifici con il tedesco Otto Hahn,  giunse all’elaborazione teorica della fissione nucleare (ipotizzata anche da altri scienziati, tra i quali Fritz Strassman, il quale con Hahn condusse altri studi in merito).

Fu, così, aperta quella via che avrebbe condotto all’utilizzo dell’energia nucleare, possibile ad ottenersi con il bombardamento dell’uranio, tramite neutroni o raggi “gamma” (alla prima fissione teorica di un atomo di uranio pervenne, anche, nel 1934, l’italiano Enrico Fermi, coadiuvato da un noto gruppo di studiosi, che sarebbe passato alla storia con la denominazione de “I ragazzi di via Panisperma”).

Sta di fatto che, nonostante gli straordinari studi di Lisa Meitner, il Premio Nobel 1944 per la chimica fu attribuito, contro ogni legittima aspettativa, al solo Otto Hahn, mentre la scienziata viennese ne rimase esclusa ed amareggiata. Per onestà intellettuale ricordiamo che Hahn citò in vari punti il nome di Lise Meitner, nel corso del suo discorso di ringraziamento per il Premio conferitogli,  ma fu poca cosa rispetto a quello che la Meitner meritava.

La mancata assegnazione del Nobel all’insigne studiosa, in parte compensata da altri premi per l’avere dedicato, con la sua mente meravigliosa, tutte le energie allo studio della radioattività, fu un atto non poco discriminante, e di riprovevole insensibilità, nei confronti della scienziata: purtroppo, tanto per cambiare…, avvenne in un periodo storico non del tutto propenso (per via di un retaggio culturale negativo, consolidatosi attraverso i secoli) al riconoscimento del talento femminile in ogni campo teorico ed applicativo del sapere.

Passata la tempesta bellica, Lise andò per qualche tempo negli Stati Uniti, dove un’intensa riflessione interiore la convinse ad assumere, nel corso delle numerose conferenze e lezioni scientifiche, tenute in ambienti universitari, posizioni pacifiste e decisamente contrarie all’allora ”maschilismo” imperante (come, del resto, anche oggi, pur in atteggiamenti alquanto mutati, ma presenti ancora).

In particolare, pur insignita, honoris causa, di diversi titoli accademici, la Meitner, consapevole dei pericoli che la scoperta della fissione dell’uranio avrebbe comportato con la costruzione di ordigni nucleari, come di fatto poi avvenne, si rifiutò categoricamente di mettere a disposizione degli ambienti militari le sue enormi cognizioni scientifiche in materia.

Ritornò, pertanto, per rimanervi stabilmente, a Stoccolma, ove preferì dedicarsi all’insegnamento, nonché ai suoi prediletti studi. Si spense a Bramley (Hampshire) il 27 ottobre del 1968. Il nipote, scienziato Otto Robert Frisch (buon sangue non mente…), volle il seguente epitaffio, particolarmente significativo, sulla sua tomba: “Lise  Meitner / una fisica che non perse mai la sua umanità”.

Del suo talento scientifico ci restano, a riprova, ben 169 opere di vario genere, scritte, alcune in comunione con il nipote Otto Robert Frisch, tra il 1906 ed il 1963. Tanta la letteratura esistente sulla scienziata, nel cui contesto ci pare esauriente, per i dati biografici e bibliografici contenuti, il volume di Patricia Rife (“Lise Meitner and the dawn of the Nuclear Age”, Birkhauser, Boston,1999).

Approssimandosi il cinquantennio della sua morte, intendiamo trarre Lise Meitner da ogni ingiusto velame di trascurata dimenticanza, additandola alle giovani generazioni  come fulgida esponente di quel folto stuolo di donne che, pur vittime, ancor oggi, di ogni sorta di violenza, anche psicologica, nonché di ostinata discriminazione e di colpevole silenzio, hanno operato, e continuano a farlo, per il bene di tutti, lungo un arco cronologico che, a partire dai tempi della sfortunata Ipazia Alessandrina (scienziata del sec. V a.C.), giunge fino ai nostri giorni.

Vada la nostra grata e riconoscente memoria, nella ricorrenza della “Giornata internazionale della donna”, alla dotta Lise Meitner, che immensi profuse tesori di scienza e di umanità per il progresso pacifico della collettività mondiale.

Filippo Ungaro


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