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Trani, 1977-2017: quarant'anni di spreco. Ex Istituto psicopedagogico, da gioiello a rudere

Ponte Lama, 1977-2017: quarant'anni di spreco e degrado. Fra le città di Trani e Bisceglie, sul territorio della prima, sorge quel che resta di una delle più grandi incompiute d'Italia, l'ex istituto psicopedagogico.

Ad accogliere in cronista, un pino caduto sul viale principale, segno di un verde tanto esteso quanto totalmente privo di cure. Una risorsa, quella della pineta circostante, che purtroppo, insieme con tutto il resto, è stata abbandonata a se stessa ed anche privata di una buona parte delle sue potenzialità da un incendio avvenuto alcuni anni fa.

A metà del viale si scorge quel che resta del gabbiotto del custode, affidato rigorosamente, finché fu possibile, ad agenti di cooperative di metronotte che ebbero il compito anche di sorvegliare l'immobile quando fu ben presto abbandonato e nell'attesa di una destinazione d'uso: serviva a preservarlo, si spesero milioni e milioni di lire, ma non se ne cavò un ragno dal buco.

Fatto costruire dalla Provincia di Bari, la Bat, che l'ha rilevato, ha provato più volte ad alienarlo, ha proposto partenariati, ma nessuno si è fatto ancora avanti. In realtà, alla luce dello spettacolo che si presenta dinanzi agli occhi dell'osservatore, è davvero difficile pensare che qualcuno possa imbarcarsi nell'impresa di rimettere in sesto questo rudere.

Lo scenario già percepito all'esterno, all'interno si amplifica oltre misura: macerie dappertutto; muri sfondati; laterizi ammassati ovunque; erbacce che crescono grazie alle infiltrazioni dai lastrici solari; pezzi di ferro e travi che penzolano nel vuoto; scritte su quello che resta dei muri; rampe di scale non protette da alcuna ringhiera; bagni totalmente sventrati; due trombe di ascensore senza ascensore, ma riempite di porte scardinate delle tante stanze; un lucernaio che non esiste più, con il rischio di precipitare nel vuoto.

Delle poche cose sane che restano, segnaliamo i battiscopa delle scale interne, un lavandino miracolosamente ancora fissato al muro ed un water ancora non del tutto sradicato dalla pavimentazione. Le porte sono tutte sventrate e scaraventate ovunque, le tapparelle sembrano ancora funzionanti, ma sono solo brandelli che sbattono continuamente con i colpi di vento.

L'idea della struttura, in ogni caso, emerge in maniera chiara. Corridoi molto larghi a fronte di stanze talvolta troppo piccole, ma massima comunicabilità fra tutti gli ambienti e le palazzine, il tutto finalizzato a convergere nel grande atrio centrale, di cui si salvano ancora delle piacevoli piastrelle rosse che facevano da contraltare allo sbiadito rivestimento dei cornicioni.

Quel pozzo luce non fu pensato casualmente: sarebbe dovuto essere anche un piccolo anfiteatro, un luogo per vivere quella struttura, dare un segno di vitalità a chi vi sarebbe stato ospitato, nonché visibilità a chi vi avrebbe lavorato.

Dicevamo di due trombe con gli ascensori mancanti, ma la sorpresa è trovare la terza e, all'interno, la cabina ancora presente e ferma al primo piano: sotto di essa il vuoto, poiché manca la pavimentazione. Restano le pareti, anch'essere rosse, a fare da contrasto con il grigiore generale e ricordare le potenzialità inespresse di quella struttura.

In un'altra sala c'è ancora quella che sarebbe dovuta essere la piscina per la riabilitazione, circondata da una carta da parati che doveva essere di così elevata qualità che, ancora oggi, resiste.

Un cuore di spugna imbottita, perso da qualcuno sul terreno della pineta, ci ricorda che, con un po' di amore per la cosa pubblica, oggi staremmo parlando di altro.


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