La Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trani, composta dal presidente, Andrea d'Angeli, e dai componenti, Paola Buccelli e Laura Cantore, ha revocato il sequestro di tutti i beni immobili, mobili registrati, disponibilità finanziarie, quote di capitale sociale e compendi aziendali ordinato il 19 dicembre 2015, 7 gennaio 2016 e 14 maggio 2016, dallo stesso tribunale, a carico di Salvatore Di Gioia e suoi familiari, con la restituzione di ogni cosa agli aventi diritto.
Le misure cautelari sul patrimonio avevano riguardato sei quote societarie, sei fabbricati industriali ed un locale ad Andria e, sempre in quella città, quote di locali e terreni destinati ad uliveti e seminativi. Inoltre, due autocarri, un furgone, tre rimorchi, tre autovetture, un conto di deposito al risparmio, tre conti correnti e vari rapporti bancari. Non da ultimo, fra i beni di maggiore rilevanza sequestrati all'epoca, il cantiere Marina Yachting, in via Finanzieri, a Trani, su un'area sottoposta a sequestro preventivo nell'ambito di un altro procedimento pendente presso il Tribunale di Trani, in cui Di Gioia risulta imputato per reati legati al deposito incontrollato di rifiuti pericolosi, e non, in un'area demaniale marittima, nonché per avere realizzato manufatti abusivi senza le prescritte autorizzazioni edilizie e da parte della Capitaneria di porto.
Il resto dell'attività è invece esercitata su un'area demaniale contigua, in riferimento alla quale la Marina Yachting era titolare di concessione demaniale scaduta il 31 dicembre 2012 e, per la quale, la società aveva presentato il 13 dicembre 2012 istanza di rinnovo. Il Tribunale di Trani ha autorizzato la prosecuzione dell'attività aziendale, relativamente a quella parte suolo, nonché l'amministratore a sottoscrivere l'atto di concessione demaniale marittima per l'occupazione complessiva di 7500 metri quadrati, rilasciata il 27 gennaio 2017 dal Comune di Trani.
Il motivo dei numerosi sequestri operati a carico di Di Gioia, della moglie, dei due figli e della nuora, si legano alla presunta pericolosità sociale dell'interessato, oggetto di diversi procedimenti penali e provvisorie misure cautelari per varie ipotesi di reato. In realtà, la Corte d'appello ha ridimensionato numerose accuse a carico di Di Gioia e consentito di ricondurre a due sole fattispecie i reati di effettiva importanza: un precedente penale nel 1997 ed un furto in Campania, nel 2012, in cui però si è esclusa l'associazione per delinquere e, soprattutto, la correlazione con altri fatti contestati.
Per quanto riguarda le dichiarazioni patrimoniali, inizialmente risultava che Di Gioia aveva dichiarato complessivamente, dal 1991 al 2013, 85.000 euro, un reddito troppo basso e quindi spropositato rispetto ai beni detenuti. Lo stesso reddito è stato poi ricalcolato, attraverso successive perizie, nella misura complessiva di 300.000 euro, cui vanno aggiunti quelli dei familiari.
Il Tribunale delle misure di prevenzione, tenuto conto di tutte le risultanze già poste a fondamento del decreto di sequestro, dei documenti e consulenze tecniche prodotte nel corso dell'istruttoria, nonché delle risultanze degli accertamenti peritali disposti dall'ufficio, ha ribadito che «il reddito/attività del nucleo familiare, all'atto dell'acquisizione dei beni oggetto di sequestro, non è compatibile con le risorse impiegate. Tuttavia la pronuncia - si legge nella sentenza -, divenuta definitiva in assenza di impugnazione di revoca della misura personale applicata a Di Gioia, e considerato il contenuto del predetto provvedimento anche per quanto riguarda le motivazioni, preclude una nuova valutazione della pericolosità sociale del soggetto, già esclusa dalla Corte d'Appello». Pertanto, il Tribunale ha ordinato la revoca dei tre decreti di sequestro, ordinando l'immediata restituzione dei beni ai rispettivi titolari. Di Gioia è stato difeso dagli avvocati Claudio Papagno e Giuseppe Cioce.




