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Menzele e l'«estasi barocca»: nelle librerie di Trani il volume di Rino Mennea e Saverio Cortellino

È disponibile in libreria la monografia del pittore tranese Domenico Nicola Menzele, “Misticismo ed estasi barocca”, a cura di Rino Mennea e Saverio Cortellino. La pubblicazione è edita da Landriscina. Di seguito la prefazione, a cura di Rino Mennea.

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«L’aspetto più rilevante per l’esecuzione dell’opera d’arte pittorica nei tempi passati era la committenza, che prescriveva i contenuti e le modalità di rappresentazione. Non è assolutamente da pensare che l’artista, come spesso avviene oggi, creasse i dipinti, seguendo il proprio estro creativo, per poi venderli al migliore acquirente. Il mestiere di pittore nel Settecento era esclusivamente fondato e affidato, come tutte le botteghe artigianali, agli ordinativi fatti dai clienti. I committenti ovviamente costituivano la base, l’asse portante del laboratorio. Chi erano allora i clienti? Si trattava per lo più, se non esclusivamente, di commissionari religiosi, parrocchie, conventi, vescovi, raramente qualche devoto per grazia ricevuta o personalità d’alto rango.

La presenza di numerosi ordini ecclesiastici, maschili e femminili organizzati in conventi e monasteri, favorì le produzioni pittoriche in modo straordinario, con tipologie e metodi rappresentativi quasi standardizzati. Nel commissionare dipinti i religiosi avevano uno scopo, oltre quello di rappresentare il santo titolare della chiesa o convento e di celebrare episodi miracolosi: trasmettere al popolo, fruitore principe dell’iconografia, forti sentimenti di fede di incontrovertibile fascino; il dettato era di soggiogare il devoto con la potenza ammaliatrice di immagini, che evocassero e dessero il senso del soprannaturale, l’essenza immanente dell’aldilà. Il Demonio, il serpente, le lingue biforcute e scarlatte delle fiamme, le facce grifagne dei dannati descrivevano il peccato e la perdizione eterna con colori forti, cupi, in modo da dare la sensazione di una colpa e di una pena irrimediabile. Al contrario la trascendenza e la presenza di Dio erano rappresentate con putti ed angeli, che festosamente preparavano alla contemplazione divina; i Santi e le Madonne erano identificati con una splendida umanità per riconoscerne la purezza e l’assenza del peccato; le figure dovevano trasmettere misticismo, che consisteva in una trasfigurazione del viso, attorno a cui aleggiava una strana e intensa luminescenza  mentre si elevavano in  meditazione e misteriosa comunione con Dio. In questo modo l’anima era come estraniata dal corpo e dai sensi in uno stato di grande gioia e piacere (estasi).

Ecco dunque i motivi ricorrenti, che dominano l’iconografia tardo barocca religiosa dei pittori che andremo a considerare: la rappresentazione di episodi miracolosi, finalizzati a far recepire forti sentimenti fideistici, evidenziando, nello splendore dei toni cromatici, gli atteggiamenti di elevazione spirituale, il misticismo e l’estasi, dei protagonisti coinvolti nel racconto iconografico.

Abbastanza nutriti risultano essere gli incarichi per la produzione di opere pittori-che nella loro classica accezione, quadri ed icone. I pittori a Trani erano in prevalenza forestieri, richiamati per fama e prestigio dai facoltosi clienti. Talvolta personalità locali emergevano e, quando succedeva, quasi sempre preferivano emigrare nella capi-tale Napoli, in un ambiente più favorevole, che assicurasse continuità nel lavoro ed una committenza variegata ed estesa, proveniente dalle diverse parti del regno. In alcuni casi gli ordini monastici o le confraternite favorivano le attitudini e il perfezionamento nell’arte degli elementi locali. In questa casistica rientrano i due maggiori pittori tranesi del Settecento di cui ci occuperemo, Domenico Nicola Menzele e Giambattista Calò.

Domenico Nicola Menzele, di famiglia benestante, perfezionò il suo estro artistico emigrando ancora giovinetto a Napoli, da dove non fece più ritorno se non per sporadiche occasioni e per breve tempo. Frequentò la bottega di Francesco De Mura, il più grande maestro dell’Italia Meridionale dell’epoca; mise su famiglia ed iniziò verso la fine degli anni ’50 la carriera di pittore specializzato in temi religiosi. La svolta dell’intera sua attività si ebbe nel 1769, allorquando terminò per la parrocchiale di San Nicola a San Severo la plafonatura della volta con il grande dipinto ad olio “San Nicola e il miracolo delle donzelle”. Ottima impressione suscitò l’opera nell’ambiente ecclesiastico: l’artista, pur conservando i canoni di base della pittura tardo barocca, riusciva ad imprimere un tocco nuovo di sapore neoclassico per la pulizia del racconto iconografico e per gli indovinati e netti accostamenti cromatici, che saranno poi una costante caratteristica della sua produzione; lo stile mantiene la raffinatezza propria del rococò, senza essere lezioso, e nel contempo riesce a dare rilevanza al tema trattato con toni netti e precisi, che danno una percezione visiva piacevole ed immediata. Da quel momento la sua produzione incrementò per qualità e quantità, le commesse arri-varono dalle parti più lontane del regno, da Tropea, da Fiumefreddo, da Belmonte, da Foggia, Trani, Barletta. La riscoperta del tranese è relativamente recente, dovuta alle numerose opere collocate nelle chiese di San Severo ed al recupero conservativo delle tele barocche, patrimonio ancora inesplorato di un nostro non lontano passato.

Il domenicano Giambattista Calò, attivo nella seconda metà del secolo, lavorò quasi esclusivamente nell’ambito religioso, eseguendo opere per gli ordini ecclesiastici della Terra di Bari, alla quale rimase ancorato per tutta la vita. Consistenti e di buon spessore artistico risultano essere le tele realizzate per i Padri Teresiani di Trani, collo-cate nella chiesa di Santa Teresa intorno al 1768 in occasione dell’inaugurazione del tempio. Di pari pregio sono i dipinti a lui commissionati dagli Eremitiani nel decennio compreso fra gli anni ’80 e ‘90, giacenti nella chiesa di Sant’Agostino di Andria.

Accanto alle manifestazioni tipiche d’arte pittorica, quadri, tele, pale d’altare, ve ne sono state altre di più ampio respiro. Molte delle numerose nuove fabbriche civili tranesi nel Settecento sono state impreziosite con decorazioni murali, realizzate con la tecnica dell’affresco o della plafonatura delle volte con tele centinate dipinte ad olio. Si distinguono in questo settore Joan Coslinz, Thomas Fontana, il molfettese Felice Porta e, per le quadrature, il napoletano Filippo Pascale. Ẻ da auspicare che tali opere non rimangano segregate, isolate ed escluse dalla fruizione dei cittadini, promuovendo opportune iniziative di sensibilizzazione sui proprietari dei blasonati palazzi. Le quadrature illusionistiche nelle volte dei saloni delle nobili casate Campitelli, Festa-Palagano, Forges Davanzati meritano una più diffusa conoscenza, che le faccia emer-gere a rinnovato splendore dall’eremo secolare in cui sono state confinate. Le decora-zioni parietali delle fabbriche Palumbo, Rogadeo, de Angelis richiedono studio ed approfondimento, sì da far rivivere non solo la seducente emozione dei tempi passati, ma inducano riflessione ed apprezzamento su di un fenomeno artistico che non fu affatto marginale.

Un invito alla lettura dei dipinti murali e alla visione delle tele, in particolare di Nicola Menzele, non può essere scevro dal sentito e caloroso ringraziamento agli amici di Fiumefreddo Bruzio, lo staff di Viverefiumefreddo con Settimio Martire e Alessandra Porto, al prof. Pasquale Schiariti di Tropea, a Padre Domenico del Santua-rio di San Francesco di Paola, alla dott.ssa Maria Teresa Caterino funzionario della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio delle province di Caserta e Benevento, che ci hanno aiutato con sensibile ed entusiastica partecipazione».   

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