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Dialoghi di Trani, De Bortoli su giornalismo e web: «Dovremmo formare navigatori consapevoli, invece abbiamo sempre più naufraghi inconsapevoli»

«Il rischio cui andiamo incontro è la banalizzazione della competenza e dell'esperienza, perché la rete dà la sensazione di potersi informare su cose complesse in pochissimo tempo, in 140 battute».

Così Ferruccio De Bortoli, ieri sera, sulla terrazza Davide Santorsola di Palazzo Beltrani, nel preludio dei Dialoghi di Trani che inizieranno ufficialmente nel pomeriggio di oggi, mercoledì 20 settembre. Nel dialogo con Enzo D'Errico intorno al suo ultimo libro, «Poteri forti (o quasi)», De Bortoli si è soffermato sul giornalismo odierno ai tempi del web, peraltro da lui stesso favorito al Corriere della Sera.

Infatti, quando ne fu direttore, ebbe non pochi problemi con il comitato di redazione, che si professava particolarmente fedele alla versione cartacea del giornale. De Bortoli, invece aveva ben intuito che l'informazione si sarebbe dovuta propagare anche alla rete, ma con gli accorgimenti giusti per evitare i pericolosi fenomeni che, oggi, stanno fortemente condizionando non soltanto l'informazione stessa, ma anche, e soprattutto, la fruizione delle notizie da parte del pubblico.

Ed è proprio su questi rischi che l'ex direttore di corriere e Sole 24 Ore si è soffermato davanti al folto pubblico di Palazzo Beltrani. «Se volete - ha proseguito -, tutta questa ventata anti scientifica ha alcune punte di particolare gravità e, secondo me, questo movimento contro i vaccini è davvero molto diffuso. E la cosa che mi ha colpito di più è che sono persone che hanno un livello di istruzione superiore. Eppure, queste stesse persone si chiedono perché debbano andare dal medico se possono, con pochi passaggi, cercare e trovare come ci si comporta in questi casi. Magari troverò qualcuno che mi darà un consiglio, perché ha già provato, e forse mi fido più del mio amico che del medico».

Secondo De Bortoli, «questa è una tendenza pericolosissima che, credo, possa essere contrastata da un buon giornalismo che non vende mezze verità o false verità, e che mette il pubblico nella condizione di avere anche un punto di vista diverso perché la rete certifica dei movimenti di opinione che, a volte, sono all'unisono e fatica a mettere nella giusta proporzione punti di vista diversi. Ecco, io credo che questo sia un po' il nostro compito: dare degli ingredienti per poter essere dei navigatori consapevoli, non dei naufraghi. Invece, e purtroppo, oggi abbiamo molti naufraghi inconsapevoli».

Ma la «pessima informazione», parafrasando sempre De Bortoli, è anche quando «la comunicazione del governo o dell'impresa viene scambiata come una sorta di assicurazione che non si disturba il manovratore e, quindi, da qui dipende la convinzione, piuttosto diffusa nel nostro Paese, che sia meglio non parlare di cose scomode perché, così, si risolvono i problemi più facilmente. E questo è un ragionamento che mi è stato fatto più volte: "Se lei non avesse pubblicato questo articolo, probabilmente noi saremmo stati in condizione di mettere a posto le cose molto più facilmente". E qui si misura la mancanza di un'informazione di qualità, indipendente, perché si sta parlando di problemi complessi problemi complessi che sfuggono alla comprensione dei più. E lì si tocca con mano quanto sia importante sapere le cose per tempo e nel modo giusto: nascondere la polvere sotto il tappeto è un errore micidiale».

Per la cronaca, De Bortoli è anche stato al Polo Museale, non mancando di manifestare la sua emozione per la presenza in quel luogo, tutte insieme, di quasi 500 macchine per scrivere, che racchiudono l'intera la storia di quello strumento, e richiamando così alla memoria l'esempio di Indro Montanelli: «Lui continuò ad utilizzare le macchine per scrivere anche quando i colleghi erano già passati al pc, perché lui - ha detto testualmente De Bortoli - non avrebbe potuto fare a meno di ascoltare quel ticchettio, che era parte del suo lavoro e della sua vita».

(foto Antonello Pappalettera)


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