«Il fascismo voleva che Antonio Gramsci smettesse di pensare» ha detto Lea Durante, docente di letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Bari e vicepresidente dell’International Gramsci Society (sezione italiana), nel corso dell’incontro di qualche sera fa in biblioteca comunale. Ma il fascismo non riuscì nel suo intento. Gramsci, nonostante la lunga incarcerazione, continuò a pensare, a scrivere, ed anzi «utilizzò la dottrina».
A seguito della messa al bando nel 1926 del Partito comunista da parte del regime fascista, Gramsci, che del Partito comunista fu uno dei fondatori, venne incarcerato dapprima nell’isola di Ustica, poi a Civitavecchia, infine terminerà la sua prigionia proprio in Puglia, a Turi. Qui rimase fino al 1934 quando, a causa del deterioramento delle sue condizioni di salute, ottenne la libertà condizionata. Morì nel 1937. «All’interno del carcere – ha detto Durante - Gramsci scrisse i suoi famosi “Quaderni” e una parte importantissima delle lettere. I “Quaderni” sono un’opera “rapsodica”, perché non sapeva che sarebbero stati pubblicati. Tra i temi affrontati, la questione meridionale ed il meridionalismo che, per lui, dovevano essere una questione italiana. A cosa ci serve oggi questo lavoro? Ad aumentare la consapevolezza del nostro orgoglio identitario». I “Quaderni” sono ancora oggi tradotti in moltissime lingue, e costituiscono una delle opere di maggiore riferimento dagli intellettuali di molti Paesi, con la loro acuta indagine su molti aspetti della società e della storia.
Gramsci è l’intellettuale italiano più letto al mondo. Nato in Sardegna, aveva «studiato in condizioni difficilissime. Non aveva la possibilità economica di studiare e sin da piccolo scriveva di trovare ingiusto che i figli dei ricchi potessero accedere alla cultura e quelli dei poveri no». Per questo motivo «era contrario alla riforma gentiliana della scuola. La cultura per lui aveva un grande potere, era un passaggio obbligato per una riforma intellettuale morale». Gramsci voleva che fosse superato l’analfabetismo endemico degli agricoltori e di tutte le classi inferiori, voleva che tutti accedessero alla cultura. «Gramsci è stato un intellettuale spregiudicato, libero» ha detto Durante, prima di dare la parola ai presenti, che sono intervenuti con viva partecipazione.
A ottant’anni dalla morte, con questo incontro a cura dell’assessorato alle culture del Comune, anche Trani ha ricordato uno degli intellettuali italiani più importanti del secolo scorso.
Ha introdotto l’incontro l’assessore Felice Di Lernia. Il giovane attore Francesco Di Tondo ha eseguito delle letture.
Federica G. Porcelli




