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Più l’uomo che il mito: Juan Martín a Trani racconta suo fratello, Ernesto “Che” Guevara

Restituire il lato “umano” di Ernesto Guevara, l’uomo che prima di diventare “Che” era semplicemente un padre, un figlio, un compagno, un amico, un fratello, ma destinato a grandi cose. È con questo obiettivo che Juan Martin Guevara, fratello di Ernesto “Che”, ha scritto, a quattro mani con il giornalista francese Armelle Vincent, il libro “Il Che. Mio fratello” (Giunti).

La presentazione si è svolta nella libreria Luna di sabbia con Mario Cassanelli, nelle vesti anche di traduttore, e Cristina de Vita, tra le organizzatrici dell’incontro. È intervenuto per un saluto Mario Landriscina, di Confesercenti.

Juan Martin, un uomo dolce, ironico, simpatico, nonostante l’età e la stanchezza per il lungo viaggio e le presentazioni del libro in giro per la Puglia, non si è negato a fotografie e firmacopie. Arrestato per otto lunghi anni, costretto all’isolamento e a torture fisiche e soprattutto psicologiche, Juan Martin ha raccontato per più di due ore il suo rapporto con Che e la famiglia, la sua infanzia e la sua giovinezza. «I prigionieri nel carcere erano divisi tra recuperabili, difficilmente recuperabili ed irrecuperabili. Io, ovviamente, ero schedato come irrecuperabile» scherza. Non si sapeva mai se il prigioniero sarebbe stato schedato (una salvezza, perché almeno non sarebbe rientrato nella categoria dei “desaparecidos”) o no: in questo consisteva la violenza psicologica. «Avevamo elaborato tanti modi per comunicare tra noi e con il mondo esterno». 

E poi, si parla della morte del Che: «Dal 1965 al 1967, non si sapeva dove fosse il corpo di Ernesto. Le notizie che arrivavano era contraddittorie e manipolate. Nella piccola libreria dove lavoravo, frequentata da amici e compagni, era un continuo di domande da parte dei giornalisti che credevano io sapessi qualcosa. Poi seppi della notizia prima di tutti quando, successivamente, lavoravo come distributore di giornali. Con mio padre e mio fratello Roberto decidemmo di andare a verificare di persona dove fosse il cadavere di mio fratello». Ernesto “Che” Guevara non era morto in un conflitto a fuoco, come avevano detto. Era stato giustiziato.

I ricordi che Juan Martin, il piccolino di famiglia, ha di suo fratello, di quindici anni maggiore di lui, sono di un ragazzo «leale. Ernesto era un fanatico della verità e la cercava a qualunque costo, era giocoso. Era stato educato dalla nostra famiglia a lottare contro le inguistizie. Aveva inoltre una capacità di autocritica esemplare».

Sono state lette anche delle lettere inedite scritte da Ernesto a suo fratello e a un suo amico. Numerosissimi i presenti, accalcati anche all'esterno della libreria.

Juan Martin per molto tempo non ha voluto parlare di suo fratello, il mito, ma con questo libro lo ha “umanizzato”. «Il Che vive, è una presenza viva», ha detto Juan Martin. Perché Ernesto Guevara, ucciso cinquanta anni fa in Bolivia, resterà nella storia.

Federica G. Porcelli


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