L'ex ristorante La Vela esisteva sul lungomare Cristoforo Colombo fin dal periodo antecedente l'anno 1967, con il nome di ristorante «da Ferruccio», e fu successivamente oggetto di regolari interventi edilizi nel 1977, nonché ampliata nel 1979, con opere in cemento armato e metalliche collaudate dall'ingegner Leonardo Mastromauro.
Nel 1985 il compendio immobiliare fu rilevato nella sua intera consistenza ed acquisito nel testimoniale di Stato, diventando pertinenza demaniale marittima dello Stato. Successivamente, acquisito il nulla osta della Capitaneria di porto di Molfetta, giungeva il rilascio della concessione edilizia in sanatoria, per condono, il 7 ottobre 1989, a firma del sindaco di Trani.
Nel 1991, con apposita concessione demaniale marittima, il compendio immobiliare, come da elaborato a firma dell'ingegner Mario Albanese, cambiava gestione e passava a denominarsi ristorante «La vela», in seguito al quale, a nome dell'imprenditore edile Federico Cafagna, veniva rilasciata una concessione edilizia, nel 1997, per lavori relativi ad un progetto di sanatoria delle aiuole, nonché manutenzione straordinaria del ristorante.
Nel 2004 venivano rilasciate due concessioni demaniali, successivamente unificate in una unica di 660 metri quadrati, concessa al subentrante concessionario, la Sunflower, di Giuseppe Fiore, per mantenere sia il ristorante denominato, sia un attiguo stabilimento balneare che avrebbe portato lo stesso nome.
Nel 2008 la Sunflower diede inizio ai lavori, durante i quali però emersero gravi problemi statici di tenuta, pericolosità e sicurezza, concernenti alcuni elementi strutturali verticali che, pertanto, furono demoliti compresi alcuni pilastri di elevazione del manufatto esistente, poiché notevolmente degradati.
La società si attivava per ottenere l'autorizzazione di un più idoneo permesso di costruire, ma a quel punto arrivavano il rigetto dell'Ufficio tecnico e l'inizio di un contenzioso legale. Nel frattempo, la Guardia di finanza di Bari, su disposizione della locale Procura, disponeva la sospensione dei lavori attivando anche un procedimento penale, poi conclusosi senza alcuna conseguenza.
Il dirigente ha reputato che, quello proposto, «altro non è se non un intervento di ripristino/ricostruzione di edificio e strutture precarie legittimamente preesistenti - si legge nel provvedimento -, che si vuole ricostruire nel rispetto della medesima sagoma un tempo esistente, sebbene con l'introduzione di innovazioni tecnologiche e strutturali idonee a rendere l'opera più adeguata all'uso preesistente ed a consentirsi in condizioni di maggiore sicurezza».



