La prima celebrazione di monsignor Leonardo D'Ascenzo, durante la domenica di Pasqua, sarà tra le mura del carcere di Trani. Per l'arcivescovo non è per nulla una novità perché, anche il giorno successivo alla sua presa di possesso della cattedra della diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie e Nazareth, il 28 gennaio 2018, s'era recato nella chiesa della casa di reclusione di via Andria e aveva celebrato la santa messa tra i detenuti.
Proprio in quell'occasione il presule aveva promesso loro che sarebbe tornato più volte per conoscerli, possibilmente uno per uno, ascoltare le loro storie, favorire le loro confidenze, fare sì che si aprissero sempre più e trovassero in lui, e per suo tramite, nell'intera comunità diocesana, amici fidati su cui costruire una speranza, sempre più prossima alla certezza, che dopo aver espiato la pena le cose cambieranno.
Ecco perché monsignor D'Ascenzo è tornato in carcere anche in altre occasioni, senza necessariamente celebrare messa e neanche pubblicizzandole, e lo ha fatto sapere proprio all'inizio della Quaresima, quando ha posto in risalto lo spirito del cammino verso la Pasqua che oggi, domenica 21 aprile, si conclude dal punto di vista del calendario liturgico, ma resta totalmente aperto per gli obiettivi a lunga scadenza che ci si è dati.
E, con lui, soprattutto i giovani detenuti si aprono sempre più, perché hanno ancora una vita davanti, sperano in un lavoro e intanto gli confidano le loro debolezze e ricevono, in cambio, parole che sono molto più che di conforto.
«Di certo, sopratutto in carcere - conferma il pastore della comunità diocesana -, sto incontrando persone per nulla superficiali . A volte il loro modo di comportarsi o esprimersi può risultare superficiale, ma trovo in loro delle persone che domandano, a noi adulti, la capacità di metterci accanto a ciascuno di loro in un rapporto personale fatto di ascolto e del tutto gratuito».
Ascolto e gratuità diventano, così, il doppio obiettivo da perseguire: «Dobbiamo essere capaci di vivere, come adulti - dice monsignor D'Ascenzo -, proprio questa caratteristica della gratuità. Noi cerchiamo nient'altro che il bene di questi nostri giovani e, quando loro ci percepiscono in questa modalità, allora emerge ciò che di bello e buono è presente in ogni persona: i giovani, che frequentino o meno le parrocchie, o siano rinchiusi o meno in carcere, hanno nel cuore tanto di buono e sono realtà preziose e persone degne della nostra attenzione, del nostro tempo da dedicare a loro, del nostro rispetto e di uno sguardo di fede, in quanto immagini a somiglianza di Dio, senza differenze».
Sulla stessa falsariga, soltanto pochi giorni fa, si era espresso il cappellano del carcere maschile, nonché responsabile diocesano della Caritas, don Raffaele Sarno, che accompagnerà il vescovo nella celebrazione fra i detenuti.
Ebbene don Raffaele, in occasione della recente inaugurazione dell'ambulatorio solidale San Giuseppe Moscati, presso la parrocchia dello Spirito Santo, aveva invocato la necessità, e non solo attraverso quell'opera, di «rimettere al centro dell'impegno di noi cristiani l'attenzione per la persona, qualunque sia questa persona, il colore, la nazionalità, la religione. Può sembrare un'affermazione scontata, accettata tranquillamente da tutti, ma andiamo a vedere un po' la cronaca di questi giorni, il clima nel quale siamo inseriti, e vedremo che non è vero che la persona è al centro: ci sono categorie di persone al centro, ma altre vengono tranquillamente ignorate, disprezzate ed escluse».

