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Trani, oltre 700 spettatori alla «prima» del Giullare. Ed «Io. La rinascita» emoziona con l'elogio della follia che è in ciascuno di noi

Dieci sedie disordinatamente sparse sul palcoscenico, e che alla fine diventano un semicerchio che sembra rappresentare un sorriso. Di sorriso parla anche Alessandro Falconeri, chiudendo con il suo avvincente monologo la rappresentazione e soffermandosi sul valore relativo del sorriso: «Avere i denti non vuol dire avere voglia di sorridere: il mio sorriso, quello vero, l'avete ucciso tanti anni fa».

E poi il concetto della follia: «Si potrebbe dire che io sia un sognatore - prosegue Alessandro -, ma non sono l'unico. Spero che un giorno vi uniate a noi, e il mondo sarà come un'unica entità. Immaginate un mondo senza folli, probabilmente immaginereste un mondo senza voi».

Chi sono davvero i folli? E quanta follia c'è in ciascuno di noi, che ci riteniamo «normali»? Questo, e molto altro, ci si chiede al termine della commedia che ha aperto il festival teatrale Giullare 2019, «Io. La rinascita», scritta e diretta da Marco Colonna e messa in scena dagli attori della compagnia Il giullare.

La compagine è l'evoluzione dell'esperienza del laboratorio teatrale che, fin dal 2000, è stato uno dei capisaldi del centro Jobel, presso cui si tiene la manifestazione, per poi sperimentare percorsi di teatroterapia e, infine, passare alla vera e propria compagnia teatrale.

Io. La rinascita inizia con i dieci attori riparati da un ombrello, per proteggersi dalle intemperie dei problemi che affliggono la vita di ciascuno di loro. Poi lo richiudono e, sedendosi in ordine sparso, devono affrontare altre avversità che sono quelle di burattinai mascherati che ne muovono i fili a ritmo di musica.

C'è voglia di affermare la propria personalità e affrancarsi dalla dipendenza dagli altri e, soprattutto, dal pregiudizio. E così, finalmente liberi sulla scena, le sedie si uniscono e ciascuno racconta la propria storia fra esperienze, drammi, tragedie familiari.

E lo si fa sfogandosi, urlando, liberandosi di un peso e ritrovando progressivamente stima e fiducia in se stessi e verso gli altri, cui non si nega un abbraccio se, nell'altro, si ritrova la fiducia persa negli anni.

È qui che inizia la «rinascita», che si manifesta con quadri sempre più pregevoli e appassionanti, grazie ai quali la scenografia minimalista lascia il posto progressivamente al trionfo dei colori e della parola, che trova il culmine proprio nello splendido monologo finale di Alessandro Falconeri.

Oltre il già citato Falconeri, in scena c'erano Davide Fattizzo, Maria Calefato, Gaetano Pedone, Vincenzo Lorusso, Giovanni Liso, Angela Pacini, Salvatore Caterino, Vincenzo Di Martino, Fabrizio Di Gennaro, Anna Papa, Carlo Rosito, Valerio Germinario, Cinzia Angarano, Vanna Capurso, Maria Scaringi e Francesca De Toma. Per l'aiuto palco, Daniele Grammatica, Leo Del Vecchio, Cesare Melillo e Riccardo Di Venosa.

Ad assistere all'opera oltre 700 spettatori che, dapprima assorti in un rispettoso silenzio, hanno poi applaudito a scena aperta un gruppo che, anno dopo anno, sale di livello e mostra di essere una compagnia sempre più affiatata, in grado di trasmettere messaggi forti e, soprattutto, emozionare.


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