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Referendum del 29 marzo, l'intervento di Francesco Tomasicchio: «No al taglio del numero dei parlamentari, salviamo la Costituzione»

Il 29 marzo del 2020 – come da ultimo riportato in Gazzetta Ufficiale – tutti noi elettori saremo chiamati ad esprimerci sul taglio ‘drastico’ del numero dei parlamentari: da 945 previsti dalla Costituzione si rischia di passare a 600 parlamentari (400 alla Camera dei Deputati e 200 al Senato). Trattandosi di un referendum di «revisione della Costituzione», non è richiesto – ai fini della validità dell’esito referendario – un quorum di votanti. I voti favorevoli debbono superare i voti sfavorevoli affinché la riforma entri in vigore. Una proposta di riforma, quella di cui parliamo, voluta da quasi l’intero Parlamento, in primis dal Movimento Cinquestelle ed, in secundis, dall’ipocrisia di tutto il resto dei partiti del panorama politico esistente, ipocrisia che ha puntualmente accompagnato l’approvazione parlamentare di questa pseudo-riforma.

Si, perché nessuno (pur magari pensandolo) ha avuto il coraggio di reagire, mostrando il proprio dissenso nei confronti di questa proposta di revisione e di opporsi all’incontenibile demagogia pentastellata. Tutt’altro: a questa demagogia iniziale si è risposto con una ancora maggiore demagogia, il silenzio assenso, e così la riforma è stata approvata. Il leitmotiv della riforma è il fantomatico «taglio agli sprechi», di cui – questo bisogna riconoscerlo – i cinquestelle hanno sempre portato il vessillo, anche quando esso era preordinato a riempire un vuoto torricelliano di effettivi contenuti.

Tuttavia, potrebbe obiettarsi che tale referendum sia anche l’occasione ‘ultima’ per i grillini di ritornare alla ribalta e riacquisire consensi: sicché, parrebbe lecito, per poter conseguire una utilità per così dire «privatistica», mortificare la lettera e lo spirito della Costituzione repubblicana ed, in particolar modo, di un suo principio sacrosanto, da ultimo finito nell’oblio di questo paese, quello della democrazia rappresentativa. In effetti, viene immediatamente fatto di chiedersi per quale ragione si dovrebbe votare NO al referendum del 29 marzo se si ha l’occasione di tagliare più di trecento poltrone e trecento indennità parlamentari.

Ebbene, le ragioni sono molteplici e, in particolare, ritengo che siano più pregnanti rispetto ad un risparmio quasi insignificante che se ne trarrebbe (in rapporto all’impatto che detto risparmio avrebbe sul bilancio dello stato) qualora la riforma entrasse in vigore. In primo luogo, la riforma è stata approvata senza aver dapprima programmato e, di riflesso, approvato una seria revisione dei regolamenti parlamentari (ex art. 64 Cost.); una diminuzione tale dei membri del Parlamento provocherebbe un andamento nettamente peggiore delle Commissioni parlamentari, essendo queste numerose (oltre che imprescindibili per un efficace andamento dei lavori delle Camere).

La riforma, inoltre, è stata approvata dal Parlamento senza aver discusso – e, pertanto, senza aver approvato – una riforma elettorale certa con una relativa revisione delle circoscrizioni. Ciò implica, ulteriormente, una pericolosa imprevedibilità dell’impatto della riforma sulla rappresentanza parlamentare: a rimetterci potrebbe essere, con un taglio così significativo, proprio il mezzogiorno, che  rischierebbe di avere una rappresentanza irrisoria ed, al contempo, debole, all’interno dell’istituzione più importante. L’idea dei nostri padri costituenti – che ancora vive – è stata quella di immaginare un «Grande Tempio», il Parlamento, equamente rappresentato senza disparità alcuna fra nord, centro e sud, con la possibilità per gli elettori di votare sia il partito sia il suo rappresentante fisico mediante il voto di preferenza, da tempo abolito a discapito proprio del principio di rappresentanza.

Sarebbe davvero curioso interrogarsi prima, per scoprire poi, il perché ogni forza politica, una volta insediatasi al Governo, dal 1994 ad oggi, è stata puntualmente colpita dalla patologia del revisionismo costituzionale. Si può soltanto affermare che incorreremmo, qualora una riforma di tale portata dovesse essere approvata dal responso popolare del 29 marzo, in un grave pericolo per la nostra democrazia. La politica diverrebbe cosa ben più astratta (come se già non lo fosse), i politici eletti risponderebbero ancor di più soltanto al ‘capo’ di partito trascurando le esigenze delle comunità locali ed, ancora, sarebbe più agevole per il legislatore calpestare i diritti degli ultimi senza incorrere in opposizioni ed ostruzionismi. In sostanza, i candidati da eleggere verrebbero cooptati in sedi extraistituzionali ed il cittadino elettore finirebbe con il non contare assolutamente più nulla.

Risulterà, infine, ancor più agevole il rimettere ulteriormente le mani sulla Costituzione. La quale, tralasciando ora il primato o meno della sua bellezza (anche se qualcuno strada facendo si è letteralmente ed improvvisamente ricreduto), rimane l’ultimo baluardo della nostra libertà, dei nostri diritti, dei nostri valori. Queste modeste riflessioni vogliono essere un’esortazione a tutti i giovani, miei coetanei e chiamati al voto il 29 marzo, a meditare ed a non farsi istintivamente e superficialmente ‘incantare’ dai proclami di demagoghi di professione e da irrilevanti esigenze di risparmio ravvisate da questo Parlamento, di cui abbiamo potuto constatare le lacune tecnico giuridiche in più di un’occasione.

Votiamo NO al Referendum costituzionale del 29 marzo e salviamo la Costituzione! «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo».

 

Francesco Tomasicchio


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