Le cause che hanno portato in molti a lasciare il nord per rientrare al sud sono diverse. Una di queste è stata la chiusura delle aziende e la conseguente scelta dei lavoratori di rimpatriare. Questo è il caso di un tranese che, prima dell’emergenza sanitaria, viveva e lavorava in Veneto e che oggi si trova in isolamento fiduciario a Trani. L’uomo vuole mantenere il riserbo sulla sua identità; per questo utilizzeremo un nome di fantasia.
Antonio si era trasferito insieme a suo fratello a Porto Viro, in provincia di Rovigo. Una vita tranquilla fino ai primi decessi per Coronavirus: «L’evento che mi ha turbato - ci dice - è stato il primo morto in una cittadina vicina. Adria, il comune in cui alloggiavo, si è trasformata così in una città fantasma. Ad esempio, la strada Romea, quella che collega Ravenna a Mestre, di solito super trafficata, è diventata improvvisamente deserta».
Come accaduto in diverse città italiane, molti cittadini, almeno all’inizio, non hanno capito la gravità della situazione: «I veneti inizialmente sono stati incauti: nonostante morti e contagi, fino all’11 marzo uscivano e affollavano i bar. Addirittura sabato 7 marzo, quando fu diffusa la bozza del dpcm, c’erano ancora assembramenti. Insomma, qui hanno capito tardi la gravità della situazione».
Quando l’azienda per cui lavorava ha chiuso i battenti, Antonio è stato costretto a rientrare a Trani con l’autorizzazione del prefetto: «Già in Veneto - precisa il tranese - mi sono messo in autoisolamento. Al momento sono a Trani, vivo in una stanza e sono in isolamento fiduciario per sicurezza mia, della mia famiglia e di tutti». Sulle misure di contenimento che sono state attuate a Trani, Antonio non ha dubbi: «Senza entrare nelle questioni politiche, inutili in questo momento, posso dire che l’amministrazione sta facendo bene: penso che non si potesse fare altrimenti».
