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«Monitoriamo la situazione, stai a casa e stai tranquillo»

Vi racconto una storia, una come tante altre. Nicola, 42 anni, è in casa dal 24 ottobre. Era sabato, crede di ricordarlo ancora. Direte voi “ma non siamo ancora in lockdown?!”. Lui si, senza la possibilità di sapere cosa abbia. Ma andiamo per gradi, devo spiegarvi bene.

Il 26 ottobre sta male, sembra una influenza dovuta al periodo. È venerdì, un po' di walking in t-shirt, fa ancora caldo. “Ecco, hai esagerato ad andare in giro in t-shirt, rassegnati, stai diventando vecchio” si dice fra sé e sé, durante la notte, fra brividini e dolori articolari. Al mattino misura la febbre: 38,5. Passa due giorni a letto con febbre che va e viene e il suo medico gli prescrive riposo e Tachipirina. “Monitoriamo la situazione” gli dice.

Febbre terminata dopo 48 ore, ma spossatezza permanente. Vuoi vedere che ha preso il Covid? La spossatezza non lo lascia e in più ha il fiato corto. Il medico lo rassicura, “monitoriamo la situazione, stai a casa e stai tranquillo”.

Dato che un amico contestualmente è risultato positivo al Covid, viene fatta segnalazione all’Asl. Passa una settimana, Nicola non sa ancora cosa ha avuto, se una semplice influenza o altro, ma sta meglio, e chiede al dottore di poter fare un tampone, anche a pagamento, per comprendere se poter tornare a lavoro. Avesse avuto un posto fisso nella pubblica amministrazione, avrebbe sorriso spaparanzato sul divano, leggendo libri, giocando alla playstation e finendo tutte le serie di Netflix, compreso Dinasty. Ma ha una partita Iva, e se non lavora non può neanche pagare l’Amet.

“Non puoi fare il tampone perché da adesso sei in carico all’Asl”. Che fortuna! Per una volta nella vita Nicola è a casa e c'è chi si prenderà cura di lui. Passa tre giorni guardando il telefono come quando ti sei lasciato e speri che lei ti richiami per dirti “ti amo ancora, riproviamoci”.

Dopo tre giorni senza uscire nè lavorare (siamo a dieci giorni) lo convocano per un tampone. Nicola si reca all’Asl, un infermiere gli fa il tampone, un “le faremo sapere”, e torna a casa. Dopo un’ora lo chiama l’Asl. Meravigliato per la celerità, e sorpreso di vivere in una Puglia con il welfare della Norvegia, gli comunicano che hanno il risultato del tampone: “Il tampone rapido è positivo, quindi deve tornare per fare il tampone molecolare, quello completo”. Un po' incredulo torna all’Asl e fa il secondo tampone. “Mi farete sapere voi? Ho visto che on line si può sapere il risultato con un codice”. “No, che codice, lascia il tuo numero di telefono e ti chiamiamo noi entro due giorni”.

Dopo due giorni niente. Nicola chiama il medico che gli risponde “monitoriamo la situazione, stai a casa e stai tranquillo”. “Si, dottore, ma io sono un lavoratore autonomo, ho necessità di una risposta, e poi ho avuto febbre dieci giorni fa”. “ Devi stare calmo” gli dice, ogni giorno, quando Nicola lo chiama alle 9,37, dopo 37 minuti di tentennamenti dovuti alla sua educazione e al fatto di non volerlo “scocciare”, pensando ad anziani che hanno più bisogno di lui.

“Monitoriamo la situazione, stai a casa e stai tranquillo” gli ripete più come maestro di yoga che come medico curante. Sono passati sette giorni dal tampone e quelli dell’Asl non li ha mai più sentiti. Cosa ha fatto loro? Ha risposto male a qualcuno senza rendersene conto? Non trovano più il numero di telefono? Prova a chiamarli lui. Nicola ha chiamato ogni giorno l’Asl, per dieci giorni. Quando è riuscito a prendere la linea, era così emozionato che pensava ci fosse Magalli dall’altra parte del telefono, per vincere un vaso Ming a I Fatti Vostri (li regalano ancora?). Non succede purtroppo, perché quella volta ogni 30 minuti che prende la linea non risponde nè Magalli nè nessuno dell’Asl. Squilla imperterrito a vuoto fino a quando non cade la linea. Meglio ancora quando chiama il centralino. Gli risponde, e gli passa un numero che squilla a vuoto. Allora Nicola lo richiama e gli fa gentilmente notare che i numeri che distribuisce saranno di dipendenti venuti a mancare nel 1980, perchè non risponde mai nessuno da giorni. Il centralino non la prende molto bene. Allora sempre educatamente Nicola decide di scrivere.

Una mail al giorno, cortese e formale, per avere una risposta. Una alla mail ordinaria e una alla posta certificata. Due al giorno, per dieci giorni. Fanno venti mail. Nessuna risposta. E anche a voler fare un tampone, un test sierologico privatamente, per legge non può muoversi da casa. “Monitoriamo la situazione, stai a casa e stai tranquillo”.

Nel frattempo Nicola sta bene da otto giorni, sono passati nove giorni dal tampone senza avere risultati nè chiamate, ed è a casa da 19 giorni. 19 giorni. Solo. Senza la sua compagna, senza la sua famiglia. Senza poter lavorare. Senza sapere cosa ha. Se fosse positivo, gli spetterebbe sapere la sua condizione, dovrebbero chiamarlo ogni giorno per monitorare la sua salute, e dovrebbero aver già programmato il secondo tampone per farlo tornare a lavorare. Se fosse negativo, sarebbe stato sequestrato a casa dall’Asl senza poter uscire, lavorare, guadagnare, senza che ci sia alcun motivo. Se fosse un altro, Nicola, starebbe in giro e sarebbe tornato a lavorare, “tanto in Italia funziona cosi”. Ma il timore di essere positivo, o ancora positivo, e la correttezza nei confronti della collettività gli impediscono di agire cosi.

Nicola può comprendere la situazione di emergenza, ma 19 giorni senza sapere cosa hai non è emergenza, è Bangladesh (con tutto il rispetto per gli amici bengalesi). Nel frattempo, avendo tanto tempo libero, Nicola ha scritto già la letterina per Babbo Natale. Un unico regalo, costo massimo 10 centesimi: una telefonata dall’Asl. Monitorando la situazione, stando a casa e stando tranquillo.

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