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Sanità, la riflessione di Antonio Carrabba: «Equiparare contrattualmente quella pubblica e quella privata»

La pandemia COVID19 ha fatto emergere una verità non confutabile: c’è bisogno di una diversa gestione del Servizio Sanitario Nazionale ridimensionando la privatizzazione dilagante. Nei sistemi capitalisti è legittimo fare della salute una opportunità di profitto, ma sicuramente non è ETICO! Soprattutto la sanità privata, che ha pure diritto di esistere in un sistema capitalistico non
dovrebbe essere finanziata dallo Stato attraverso le convenzioni; sanità privata convenzionata che peraltro lascia alla sanità pubblica, bontà sua, quei servizi non remunerativi, quali ad esempio terapie intensive e chirurgia d’urgenza.

Sarebbe Etico, costituzionalmente doveroso che le risorse finanziarie che finiscono alla sanità privata fossero destinate al miglioramento e al potenziamento dei servizi e delle prestazioni della sanità pubblica. La sanità pubblica sarebbe così veramente competitiva con la sanità privata finanziata solamente dalla proprietà; la qual cosa, come è normale che sia in un sistema liberale basato sull’economia di mercato, porterebbe ad un generalizzato miglioramento della qualità delle prestazioni e dei servizi offerti.
È cosa risaputa che molti medici abbandonano la sanità pubblica per quella privata, dove vengono pagati a prestazioni per guadagnare di più forse lavorando anche di più; allora perché non equiparare contrattualmente le due sanità, mettendo anche la medicina di base a dipendenza piuttosto che in convenzione?

E, cosa dire di tutto il personale sanitario “non medico” che nella sanità privata ha una remunerazione inferiore a quello del pubblico e forse con meno diritti e meno garanzie? Ecco emergere anche nella sanità privata la piaga della contrapposizione sempre più stridente dell’offerta e dell’accettazione di lavoro a scapito di garanzie e sicurezza di cui tratterò più avanti. La sanità gestita a livello regionale ha favorito un intreccio di interessi e ruoli con la sanità privata non più tollerabile in un Paese che, se e quando uscirà dalla grave crisi pandemica ed economica, si ritroverà più povero e con una sanità pubblica alle corde. Pare ormai evidente che la prevenzione non può significare solo diagnosi precoce, ma anche attenzione e miglioramento della qualità della vita, dell’alimentazione, dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo e soprattutto passa attraverso la riorganizzazione del sistema nazionale dei trasporti e della mobilità; il controllo serio, senza sconti e commistioni, ad opera delle ARPA delle emissioni industriali; la prevenzione e il controllo nei luoghi di lavoro: negli ultimi anni sono cresciute in modo esponenziale le morti bianche anche perché la crisi ha fatto in modo che l’offerta di lavoro e di conseguenza l’accettazione abbia penalizzato la sicurezza, già di per sé vista da molti imprenditori un intralcio alla correntezza del profitto, quasi un inutile orpello; le bonifiche di ogni sostanza nociva e cancerogena, come ad esempio l’amianto che a distanza di quasi trent’anni dall’entrata in vigore della L.257/92 non ha mai visto alcun governo, fra i tanti che si sono succeduti, intraprendere una efficace lotta di civiltà per fare del nostro Paese un territorio
“asbestos free”, un fiore all’occhiello coerente con l’interesse culturale riconosciuto dall’UNESCO all’Italia per il maggior numero di siti patrimonio universale. L’avvio delle bonifiche nel nostro Paese, - di oltre 40 milioni di tonnellate di amianto in un milione circa di siti pubblici e privati contaminati, tra cui 2400 scuole, 250 ospedali e 1000 edifici culturali, 300.000 km di tubature e 200.000 km di allacciamenti che contengono materiali in amianto (Fonte: Greenreport.it), - oltre che alla salute dei cittadini porterebbe benefici anche all’economia grazie all’apertura di cantieri per oltre 20 miliardi di euro (circa 1,5% di PIL).

Non abbiamo le competenze per entrare nel merito delle disfunzioni della Sanità che ricadono quotidianamente sui cittadini, ma l’inadeguatezza dell’assistenza domiciliare anche a causa del Covid penalizza le persone più vulnerabili; le liste di attesa per le attività di prevenzione non sono tollerabili soprattutto per le persone per le quali il fattore tempo può incidere sulle possibilità di
sopravvivenza. Le crisi di qualsiasi natura, quando arrivano, impongono momenti di riflessione, autocritica e riorganizzazione delle aziende e quella causata dal Covid19 deve essere l’occasione della sanità pubblica per organizzarla in centri primari di assistenza, per convertire le strutture ospedaliere in strutture di secondo livello per la diagnosi e la cura di patologie che necessitano di una maggiore competenza, perché la sanità pubblica non può chiudere! La salute è un diritto di tutti i cittadini e da essa deriva la speranza di vita. La prevenzione primaria deve essere nella Sanità pubblica.

Antonio Carrabba


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