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Un anno di Covid-19: la riflessione di Antonio Carrabba

Nel mese di gennaio del 2020, l’anno bisesto, cominciarono a circolare nei media le notizie del contagio comparso a Wuhan che preoccupava la Cina. Molti avranno pensato quanto fosse fuori luogo quel banale detto “la Cina è vicina!”

Invece lo sviluppo che a breve si manifestò ci fece capire quanto fosse attinente la definizione di villaggio globale al mondo moderno e l’oscura verità contenuta in un proverbio, da alcuni attribuito sempre a loro, ai cinesi, secondo il quale “Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”.

Da lì a poco cominciammo a preoccuparci e impressionarci di fronte alle immagini diffuse dalle TV dei camion militari adibiti a carri funebri plurimi per il trasporto delle vittime di Bergamo dove il Covid aveva mietuto vittime a piene mani senza distinzione di età. Sentivamo che erano morti di tutti. Fu subito chiaro che il Covid era ormai di casa nel Paese e avemmo in molti la sensazione che al momento era una situazione senza riparo, stante la mancanza di esperienza terapeutica, di cure certe e di vaccini, se non la massima igiene, il distanziamento sociale, le mascherine e soprattutto la limitazione alla relazioni sociali “in presenza” per il lavoro, per la scuola, per il culto, per lo svago, ecc., fino a sacrificare le visite ai propri cari privando gli anziani finanche della vicinanza di figli e nipoti.

Quasi che una Nemesi avesse voluto infliggere una punizione agli abitanti di GEO che sin dalla loro comparsa, a cominciare da Caino, non avevano imparato niente di meglio che  uccidere, farsi guerre, sterminare popoli, discriminare il genere, perseguitare le diversità di colore della pelle, di orientamenti sessuali, di culto, di idee, lasciar annegare inermi migranti: meglio distanziarli!
Il Covid conquistò a pieno titolo il ruolo di protagonista della vita del Paese, delle nostre vite e presto i morti diventarono un semplice numero aggiornato tutti i giorni nei notiziari. Certo non per i loro parenti che si porteranno per sempre il ricordo traumatico della loro scomparsa, perchè la morte è sempre un evento intimo, personale o familiare se hai un parente o un amico una persona cara che non ce l’ha fatta! Dopo un anno di Covid la morte torna ad essere un evento privato e non desta più quel sentimento di lutto collettivo.

E poi la realtà è che a morire sono prevalentemente gli anziani, l’età media è sopra gli ottant’anni sebbene ci siano anche casi di vittime più giovani, ma sono rari. Nelle RSA muoiono vecchi e malati e la conferma viene dai dati INPS che nel 2020 ha ridotto, a motivo del decesso, di oltre il 16% il numero delle prestazioni pensionistiche erogate nel 2019. Molti giovani e i negazionisti giovani e non, reclamano il diritto a vivere la vita e la movida, di andare al ristorante, in pizzeria, al bar, di fare shopping, di viaggiare e lo fanno. I risultati si vedono. A vent’anni ti senti forte, immortale, senti di non avere limiti. La morte riguarda gli anziani. 

Antonio Carrabba


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