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Contratto scaduto o già rinnovato? Tra Comune di Trani e «Il vecchio e il mare» deciderà il giudice civile

Il dirigente dell’Area lavori pubblici, Luigi Puzziferri, ha richiesto alla società D&D, Francesco Mastrodonato, il rilascio dell’immobile adibito a pubblico esercizio per la somministrazione di alimenti e bevande - «Il vecchio e il mare» - all’interno del complesso immobiliare denominato «Il fortino», sottostante il camminamento e le torri. Contestualmente viene chiesto alla società il pagamento di un debito residuo di 4.722 euro, pari a quattro mensilità da luglio a ottobre 2020.

La richiesta è legata alla scadenza della concessione in uso dell’immobile di proprietà comunale: infatti, il contratto era stato stipulato il 20 dicembre 2018 e aveva una durata di meno di un anno, esattamente fino al 2 ottobre 2019.

Per Palazzo di città, pertanto, la concessione è scaduta ma nel frattempo la società ha continuato ad occupare l’immobile per proseguire la sua attività di pubblico esercizio: di conseguenza il dirigente ha invitato la stessa alla restituzione del bene entro sei mesi dalla notifica del provvedimento, che è avvenuta il 3 novembre 2020, ottemperando anche al pagamento dei canoni residui.

Su tale aspetto la società fa sapere il mancato pagamento delle quattro mensilità è stato legato semplicemente al cambio dell’istituto bancario di riferimento, ma poi quelle successive, da ottobre 2020 ad oggi, sono state regolarmente versate.

La D&D, difesa dall’avvocato Michele Dionigi, del Foro di Bari, ha proposto ricorso al giudice civile invocando l’illegittimità e la nullità del invito al rilascio dell’immobile ed il diritto della società ad ottenere il rinnovo del contratto del locale concesso in uso.

A seguito di ciò il dirigente del Settore contenzioso, Angelo Lazzaro, ha incaricato l’avvocato Michele Capurso, responsabile dell’Ufficio legale, di difendere l’ente nel giudizio incardinato presso il Tribunale civile di Trani, la cui data è stata già fissata per il prossimo 27 maggio 2021.

Nel ricorso l’avvocato Dionigi pone in risalto, dal suo punto di vista, le ragioni della nullità del provvedimento comunale. Infatti, nonostante la scadenza fosse effettivamente fissata in quella data, alla clausola numero 3 del contratto era prevista la possibilità di rinnovo per il concessionario per altri sette anni.

Il rinnovo sarebbe avvenuto, pressoché automaticamente, attraverso un’istanza, completa di tutta la documentazione occorrente, da presentarsi all’Ufficio patrimonio entro il 180mo giorno precedente alla data di scadenza del 2 ottobre 2019. A tale ipotesi l’amministrazione comunale avrebbe potuto rideterminare il canone di concessione e le condizioni contrattuali, ove non le ritenesse più adeguate.

La D&D aveva provveduto a chiederne il rinnovo settennale del contratto il 29 gennaio 2019, entro i 180 giorni previsti: «Tale richiesta - si legge nel ricorso - rimaneva inevasa dal Comune di Trani e il dirigente, dopo quasi due anni dalla richiesta di rinnovo, il 3 novembre 2020 ha inviato alla società l’invito a provvedere a restituzione dell’immobile in considerazione della circostanza che il contratto fosse scaduto. Probabilmente, nel redigere tale invito, il dirigente non era a conoscenza della rituale richiesta di rinnovo formulata dalla società ricorrente».

Da qui l’invito al giudice civile a considerare illegittimo l’invito al rilascio dei locali, «poiché il rinnovo del contratto era stato chiesto nei termini ed il potere discrezionale dell’ente era limitato solo all’eventuale rideterminazione del canone di concessione e delle condizioni contrattuali, giammai al diniego del rinnovo».

In questa vicenda va anche richiamata la circostanza per cui, originariamente, quel locale era stato affidato In concessione il 3 settembre 2005 alla ditta individuale Di Domizio Pasquale, per destinarlo a centro per la promozione etnico turistica.

Il 7 febbraio 2007 il dirigente della Terza ripartizione prendeva atto della modifica della destinazione d’uso dell’immobile da centro per la promozione etnico turistica ad attività commerciale di esercizio pubblico per la somministrazione di alimenti e bevande. La società nel frattempo, dopo diversi passaggi, era transitata da Di Domizio alla D&D, a perfezionare il rapporto con la quale giungeva il contratto di concessione in uso con scadenza entro un anno.

Nel provvedimento il dirigente dell’Area lavori pubblici richiama un’ordinanza del Tar Puglia, del 2019, per effetto della quale «il tempo dei sei mesi è ritenuto congruo in applicazione del principio enunciato in quel pronunciamento».

La società, al contrario, attraverso il suo legale rileva che «tale richiamo è palesemente inconferente poiché il contratto è stato sottoscritto fra parti contrattuali diverse dall’originario concessionario, e con clausole diverse rispetto all’originario contratto. Nel caso esaminato dal Tar Puglia vi era invece il contratto sottoscritto nel 2005, del tutto precedente alla concessione o locazione al centro della questione.

Nell’attesa che il Tribunale di Trani si esprima nell’udienza del 27 maggio, va chiarito che l’invito a rilasciare l’immobile è specificatamente riferito a quello al di dentro delle mura sottostanti il camminamento del fortino.

Al contrario, l’attività di ristorazione che avviene al di fuori dello stesso, durante l’estate, potrà serenamente proseguire poiché avviene in forza di un’autorizzazione del Demanio marittimo. Ciò che, eventualmente, la società non potrebbe fare sarebbe l’utilizzo del locale interno in appoggio a quello esterno, ed in tal caso dovrebbe dotarsi di un punto cottura all’esterno, così come già avviene per il bar.

La sensazione è che ci siano margini per un componimento bonario della vicenda prima di arrivare ad un pronunciamento del giudice ordinario, anche in ragione del fatto che il Comune di Trani non ha mai bandito finora una gara per l’individuazione di un nuovo concessionario del bene. In forza di ciò, per esempio, l’attigua attività di ristorazione «Le lampare al fortino» sta proseguendo nell’attesa che il Comune emani un bando.

Peraltro, la chiusura di un locale di questo tipo, senza affidarlo ad alcuno, lo esporrebbe a rischi di atti vandalici e conseguente degrado, gli stessi per i quali oggi «La lampara» è drammaticamente caduta in rovina.

Per tutti questi motivi, una soluzione improntata al buon senso sarebbe quanto di più opportuno si potrebbe ricercare, per contemperare davvero tutte le esigenze delle parti in causa.

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