Ha dovuto chiamare prima i Carabinieri e poi la Polizia per cercare di fare valere le sue ragioni, a fronte di un servizio che pareva essersi ormai bloccato. A rischiare di rimetterci sua mamma, 74 anni, affetta da una serie di problemi fisici con in testa valori sballati dell'emocromo.
A causa di quelli il signor Giuseppe Lorusso, di Trani, lo scorso 7 maggio, alle 10, si era recato al Pronto soccorso dell'Ospedale di Andria per quella che sembrava prospettarsi, su indicazione del medico, una necessaria trasfusione in favore di sua madre.
Da lì iniziava un'attesa di complessive 11 ore, nell'attesa di un referto che, dalla palazzina accanto, tardava ad arrivare. In mezzo le sofferenze di quella donna, ma anche di tanti altri utenti contemporaneamente presenti in quel luogo. Ma anche non pochi disagi fra un bagno in pessime condizioni igieniche e la paura di cadere nel corridoio a causa di una mattonella rotta e non segnalata.
Dopo l'arrivo delle forze dell'ordine e il cambio del turno del medico la ricomposizione del problema e le dimissioni della paziente senza necessità di una trasfusione, alla luce del referto finalmente rilasciato.
Non è stata necessaria alcuna denuncia, ma l'arrivo delle forze dell'ordine sul posto ha creato quanto meno scompiglio e indotto altri utenti, che fino ad allora avevano mantenuto il basso profilo, ad alzare la voce per una presunta disorganizzazione generale.
«Non metto in dubbio che tutti stiano lavorando con abnegazione - commenta Lorusso - ma lo si può e lo si deve fare in uno scenario di migliore organizzazione, che obiettivamente non ho visto. Sono dipendente di una pubblica amministrazione e mi sono esposto in prima persona non soltanto per mia madre, ma anche per tante altre persone che, in quel momento, erano in difficoltà quanto lei. Temo che questo sia un dato ricorrente nelle nostre strutture sanitarie, ma non può essere soltanto la pandemia ad averlo determinato. Mi auguro che l'episodio serva da insegnamento da qui in avanti».



