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Inatteso affondo de La Stampa contro i concerti davanti alla Cattedrale di Trani. Ma sul caos del porto c'è tanta verità

  • Venerdì prossimo, 10 settembre, in seconda serata su Rai 2, la trasmissione televisiva «O anche no», condotta da Paola Severini Melograni, racconterà la vita del nostro centro Jobel e di un gruppo di persone disabili provenienti da tutta Italia: ne racconterà aspettative e realizzazioni personali, attese e conquiste, difficoltà e lavoro.

    Le immagini che vedremo avranno come sfondo il castello svevo e la cattedrale di Trani, davanti alla quale le telecamere di Rai 2 hanno ripreso gran parte della trasmissione grazie alla serata finale del festival nazionale «Il giullare», che quest'anno si è completato proprio in piazza Duomo. La cattedrale, dunque, diventa non solo sfondo di un evento, ma simbolo di una città che integra e include.

    Oggi, molto a sorpresa, La Stampa dedica una pagina ai concerti davanti alla cattedrale di Trani con un articolo di Lucetta Scaraffia, dal titolo «Un orrido palco e troppe seggiole, così hanno sfrattato la cattedrale di Trani».

    Nel sommario si parla di «una meraviglia artistica sfregiata da un'idea sbagliata di sfruttamento del suolo pubblico. Il concetto di paesaggio e rispetto delle sue delicate armonie non esiste più».

    Nella foto a corredo dell'articolo si vede piazza Duomo di sera piena di gente, ma apparentemente senza un palco allestito. Peraltro, la cronista del quotidiano piemontese scrive che «non si tratta di un allestimento ingombrante di breve durata, ma il programma degli eventi comici e canori previsti ha un calendario che va da luglio a settembre».

    Ciò lascerebbe intendere, secondo quello che si legge sulla Stampa, che in piazza Duomo, a Trani, vi sia un palco per l'intera durata dell'estate e non nei soli giorni delle manifestazioni previste, come invece è.

    E la giornalista "suppone" - in questo caso utilizza proprio questo verbo - «che sia stato il Comune di Trani che ha venduto la piazza, e quindi la cattedrale, a questa orribile invasione del tutto estranea al luogo ed alla sua storia.

    Ma noi sappiamo che così non è, poiché Palazzo di Città non ha concesso il patrocinio e sostegno per la rassegna Fuori museo, per esempio.

    Peraltro, la Curia non entra nel merito dei permessi perché quello è suolo pubblico, ma segnalò al Comune il concerto di Elton John del 2010 che, a causa della sua omosessualità, si ritenne non consono al luogo e fu trasferito al piazzale del Monastero di Colonna.

    I concerti si tengono al Circo massimo di Roma, al Teatro greco di Taormina, davanti al Duomo di Milano e nell'arena di Verona, all'esterno della quale vi sono tanti mezzi che ne offuscano la fruizione visiva. E a Torino, sede di quel giornale, piazza San Carlo non appare da meno. Questi, ed altri, sono l'esempio di scenari con i quali, o senza i quali, le cose cambiano decisamente.

    E allora la «delusione di chi una domenica di agosto va a visitare la piazza e la cattedrale - scrive Lucetta Scaraffia - e scopre che è tutta ingombra di sedie» termina laddove inizia l'incanto che tutto questo produce nel corso della manifestazione.

    E di tale incanto si rendono portavoce gli stessi artisti sottolineando tutti, a vario titolo, che esibirsi all'ombra della cattedrale di Trani quasi non ha prezzo.

    Decisamente più condivisibile la parte dell'articolo in cui si sottolinea «lo scenario di un porto e delle bellissime piazzette antistanti letteralmente occupate da una successione continua di pizzerie, gelaterie e ristoranti, con un numero enorme di tavolini e sedie, per di più con ogni evidenza non rispettosi dei distanziamenti necessari a prevenire il covid, che impediscono il passaggio di pedoni ma certo non delle auto, che sfilano impavide prendendo il bellissimo posto infrequentabile».

    Su questo, ahinoi, La Stampa ci ha visto veramente bene, sfondando una porta aperta dalle nostre numerose cronache - e per fortuna non fa parola delle violente risse che si sono susseguite -, sottolineando che «questi luoghi non sono esclusiva proprietà dei comuni e di chi li amministra, e non si possono ridurre a oggetti di puro consumo ed immediato e facile guadagno».

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