Un'operazione ha interessato l'area portuale di Trani nella mattinata. Circa settanta carabinieri del Comando provinciale, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo che ha colpito le bancarelle destinate alla vendita diretta del pescato.
Il dispositivo messo in campo è stato articolato e specializzato. Accanto ai militari del Comando provinciale hanno operato il Nucleo antisofisticazioni e sanità, per le verifiche igienico-sanitarie, il Nucleo carabinieri subacquei, impiegato nelle ispezioni degli specchi d'acqua e delle strutture sommerse, e i funzionari tecnici dell'Arpa Puglia, incaricati dei rilievi ambientali.
Al centro del provvedimento, poco meno di una decina di postazioni situate nelle adiacenze di via Banchina al Porto e di piazza Sedile San Marco: spazi che i pescatori tranese utilizzano da sempre per il commercio al dettaglio del proprio pescato, un'attività entrata ora nel mirino della magistratura.
Le ragioni specifiche del decreto restano ancora riservate, ma l'impiego congiunto di sommozzatori e tecnici ambientali lascia intuire un'indagine che abbraccia più piani: dalla sicurezza strutturale delle banchine alla conformità ambientale e sanitaria delle postazioni di vendita. L'area portuale è da tempo al centro di un dibattito sulla regolarità delle concessioni e sulle condizioni nelle quali si svolge la vendita diretta, una delle attività più radicate nell'identità del porto di Trani.
Il Comando provinciale, in coordinamento con la Procura della Repubblica, ha fatto sapere ufficialmente quanto segue.
Il Tribunale di Trani ha emesso un decreto di sequestro preventivo di tutte le strutture adibite alla vendita al dettaglio di prodotti ittici, ubicate nell’area demaniale del porto cittadino, accogliendo la richiesta della Procura della Repubblica di Trani. Il provvedimento riguarda bancarelle e piani mobili riconducibili a 8 indagati, tutti tranesi, di età compresa tra i 27 e i 62 anni, nei cui confronti sono stati ravvisati, allo stato degli atti e secondo l’impostazione accusatoria condivisa dal GIP, gravi indizi di colpevolezza in ordine a condotte ritenute gravemente lesive della salute pubblica, dell’ambiente marino e della legalità nell’uso del demanio.
L’attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Trani e condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Barletta-Andria-Trani, ha consentito di documentare, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, un articolato sistema di prassi abusive consumate in un’area di particolare pregio e sensibilità urbana, rispetto alla quale l’intervento dell’Arma si è posto quale concreto presidio di tutela della salute dei cittadini, dell’ecosistema marino e del corretto uso degli spazi pubblici.
In particolare, gli indagati avrebbero reiteratamente bagnato il pescato destinato alla vendita mediante l’utilizzo di acqua di mare prelevata direttamente dallo specchio acqueo portuale, in violazione della normativa europea di settore e, soprattutto, con potenziale esposizione dei consumatori a rilevanti rischi di contaminazione chimica e batteriologica. Si tratta di condotte che investono in modo diretto il bene primario della salute pubblica, compromettendo le condizioni minime di sicurezza alimentare e tracciabilità che devono presidiare l’intera filiera ittica.
Parallelamente, le indagini hanno fatto emergere condotte di illecito smaltimento in mare di scarti organici, residui di lavorazione e liquidi di lavaggio provenienti dalle imbarcazioni e dai banchi di vendita, delineando un quadro di possibile aggressione all’ambiente marino mediante pratiche incompatibili con le regole poste a salvaguardia dell’ecosistema e del decoro urbano. In tale prospettiva, l’operazione assume un rilievo che trascende il singolo abuso commerciale, inserendosi nel più ampio contrasto ai reati ambientali che incidono sulla qualità del territorio e sulla sicurezza collettiva.
È stata altresì rilevata la stabile collocazione delle strutture di vendita sulla carreggiata e nella fascia di rispetto demaniale, in assenza di idoneo titolo concessorio, con conseguente sottrazione dell’uso pubblico di un’area che deve invece restare nella piena disponibilità della collettività.
