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Centrali a biomasse a Trani e nella Bat, Legambiente: «Sì solo se piccole»

Così come emerso nel workshop sulle centrali a biomasse avutosi nell’ambito di Mediterre (29 gennaio 2010) i circoli Legambiente della BAT evidenziano la presenza di un quadro inquietante legato alla proliferazione di nuove centrali. Gli impianti generalmente proposti in Puglia hanno quasi sempre una dimensione medio-grande, (dai 10 ai 100 MW termici) e verrebbero alimentati a olio vegetale o a biomasse solide. Le prime presentano molti problemi dal punto di vista ambientale perché necessitano di materiali che non si trovano sul mercato europeo e devono necessariamente essere importate dall’Africa o dall’Asia producendo la deforestazione di quei paesi e grandi quantità di CO2 derivate dal trasporto via nave.

Le seconde sollevano grandi dubbi sull’effettivo scopo della loro realizzazione. Infatti, essendo la Puglia una regione molto povera in biomassa vegetale, è ragionevole pensare che i costruttori prevedano per tali impianti uno sviluppo legato soprattutto all’incenerimento dei rifiuti (CDR), dato che essi si prestano benissimo anche a questa funzione. E’ facilmente appurabile che gran parte degli impianti proposti presentano atti progettuali lacunosi o del tutto carenti per quel che attiene la filiera delle biomasse (provenienza ed accordi contrattuali, caratterizzazione merceologica, garanzie sulla derivazione ecologica della biomassa vegetale).

E’ emblematica la situazione del Nord-barese, dove, considerando un raggio di alcune decine di chilometri sono state proposte centrali energetiche nei comuni di Barletta, Trani, Andria, Canosa,  Trinitapoli, Cerignola, Molfetta. Le aziende richiedenti provengono per la maggior parte dal nord Italia o dall’estero, attratte dagli incentivi previsti dallo stato per le energie rinnovabili.

Appare preoccupante che quasi tutti gli impianti a biomasse proposti in Puglia non prevedono il recupero ed il riutilizzo dell’energia termica bensì esclusivamente la produzione di energia elettrica per beneficiare dei vantaggi economici connessi alla produzione da fonti rinnovabili. Tale status progettuale è ecologicamente svantaggioso poiché un impianto convenzionale di produzione di energia elettrica ha una efficienza di circa il 35%, mentre il restante 65% viene disperso negli ecosistemi atmosferici ed idrosferici sotto forma di calore.

A quanto detto si aggiunga che la Puglia è una Regione dell’area Mediterranea ad elevato rischio di desertificazione e le biomasse dovrebbero essere utilizzate prioritariamente per restituire sostanza organica ai suoli inariditi. A tal proposito sono numerosissimi gli studi che oltre ad attestare il reale e grave rischio di desertificazione della Puglia (‘Indicazione delle aree vulnerabili alla desertificazione in Puglia’ – LUCA MONTANARELLA; European Commission, Joint Research Centre Institute for Environment and Sustainability European Soil Bureau, I-21020, Ispra (VA) Italy) attestano come le biomasse e le sanse in particolare debbano essere prioritariamente restituite ai suoli (‘Verso la sostenibilità della filiera olivicola: trattamento, recupero e valorizzazione dei sottoprodotti oleari’ - Dr.ssa Anna Chiesura; AGEA-Roma).

In conclusione Legambiente concorda con quanto emerso nelle linee guida dell’ARPA Puglia laddove si evidenziava che gli impianti a biomasse ad olio vegetale di provenienza extracontinentale sono da rifiutare perché altamente negativi dal punto di vista del bilancio energetico e della produzione di CO2; che gli impianti a biomassa solida sono quasi sempre sovradimensionati rispetto alle reali disponibilità di biomassa offerta dal territorio e non sono in grado di garantire il rispetto delle condizioni di filiera corta.  Pertanto, da un punto di vista ambientale, solo gli impianti di piccole dimensioni (non superiori a 1 MW elettrico di potenza) rispondono alle condizioni della filiera corta e ben si integrano con le esigenze energetiche del territorio.

Legambiente - Circoli Trani, Andria,  San Ferdinando, Bisceglie


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