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"A chi deve sopravvivere": toccante il docu-film su Santa Scorese proiettato all'Impero. Dolore, emozioni e riflessioni nel lavoro di Piva

Ci sono storie che non devono andare disperse e che devono essere raccontate. Una di queste è quella di Santa Scorese, la ventitreenne barese che dopo tre anni di ossessivi pedinamenti, nella tarda serata di venerdì 15 marzo 1991, fu assassinata da uno stalker. Da quella storia, che non è soltanto un fatto di cronaca, il regista Alessandro Piva ha realizzato un docu-film che è stato proiettato al cinema Impero.

Ma non è la prima volta che si porta a Trani la storia di Santa Scorese. Il primo giugno 2017 il Liceo De Sanctis aveva messo in scena uno spettacolo dedicato al femminicidio durante il quale era intervenuta anche la sorella, Rosa Maria.

L’iniziativa di venerdì, a cura del Save - centro antiviolenza e antistalking di Trani, è andata ben oltre la semplice proiezione di un prodotto cinematografico. È stata l’occasione per non smettere mai di riflettere e interrogarsi sui temi della violenza di genere, dello stalking e delle motivazioni che spingano un uomo a limitare di fatto la libertà di una donna. E considerando che soltanto in questi primi venti giorni di gennaio 2020 gli accessi al Save sono stati sette, è comprensibile che si tratti di una vera emergenza sociale.  

Tante sono le iniziative che il Save della Cooperativa Sociale Promozione Sociale e Solidarietà ha messo in atto con l’obiettivo di raggiungere target diversi: dall’installazione degli ombrelli rossi nella piazzetta San Francesco alla panchina rossa ubicata in piazza Marinai d’Italia, dai panni in via san Giorgio fino all’evento al cinema che ha riunito donne, uomini e ragazzi.

Il regista, Alessandro Piva, ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a realizzare un film su Santa Scorese: «Non conoscevo la sua storia, ma mi è stata raccontata da sua sorella, Rosa Maria. Da quella semplice scintilla, è iniziato il mio lavoro di approfondimento e ho cercato di raccogliere ogni testimonianza che raccontasse chi fosse Santa».

Tutto il film è impregnato di un dolore eterno che colpisce i genitori, la sorella, gli amici e chiunque la conoscesse. Ma è anche il percorso di una catarsi che parte proprio dal racconto della vita della “serva di Dio”: dall’amore dei suoi genitori, Angela e Piero, fino al martirio.

Tanto è stato fatto rispetto agli anni ’90 ma altrettanto bisogna fare adesso per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne: «Allora non c’era una legislazione incisiva - ha affermato Mariapia Vigilante di Giraffa Onlus -. Ora, tra luci e ombre, esiste ma non funziona. Quello che manca è il cambiamento culturale: bisogna lavorare sugli stereotipi e sulla concezione patriarcale».

Toccante la testimonianza della sorella di Santa, presente in sala: «La porta della mia famiglia è stata aperta per contribuire alla creazione di nuove coscienze. Abbiamo trasformato il nostro dolore: se non ne avessimo parlato, non sarebbe stato possibile raccontare la sua storia come un seme che germoglia».

Il film si conclude con la frase “a chi deve sopravvivere”, un racconto dedicato a chi deve convivere con un dolore eterno. Ma è rivolto davvero a tutti, anche ai giornalisti: «Bisogna cambiare la narrazione dei femminicidi - ha sentenziato l’assessora alle pari opportunità, Marina Nenna -. Spesso nei titoli giornalistici che raccontano violenze di genere si parla erroneamente di amore. L’amore è altro rispetto all’omicidio».


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