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Il Coronavirus dilaga in Spagna, da Barcellona parla Carla Filannino: «È un racconto drammatico, ma dobbiamo affrontare il domani»

Sono diversi i ragazzi che in queste settimane di emergenza dal Nord sono ritornati a casa. Tanti altri, invece, hanno scelto di non seguire questo esodo di massa e rimanere nelle loro città. Ma ce ne sono altri ancora che vivono tale condizione fuori dall’Italia. Questo è il caso della giovane tranese Carla Filannino che ci racconta come sta affrontando questa situazione a Barcellona.

«Quando sono andata via da Trani avevo 23 anni - spiega Carla -. Così è iniziato un viaggio che mi ha portata dapprima a Milano, dove ho studiato “Comunicazione per l'impresa, i media e le organizzazioni complesse”. Dal 1 settembre 2019 vivo a Barcellona: grazie a un progetto europeo, European Solidarity Corps, lavoro all’interno del dipartimento di comunicazione di una ONG, l’Asociación Mundus. Sono anche io, quindi, tra i cittadini che vivono questo momento molto particolare lontano dalla mia famiglia e fuori dalla mia città».  

Come abbiamo avuto modo di raccontare sul nostro sito, la percezione dell’emergenza è pressoché simile in tutta Italia, da Nord a Sud. E, dai racconti della ventisettenne in Spagna, emerge la stessa paura, mista a speranza: «Mi ha fatto soffrire, nelle settimane precedenti, la maniera in cui sono state accolte le mie preoccupazioni e il mio voler condividere la situazione in Italia: non c’era comprensione, tutto sembrava fin troppo drammatico e insensato. Adesso le misure di sicurezza adottate qui sono uguali a quelle dell’Italia e anche io sto vivendo una quarantena. La mia vita, senza poter uscire di casa, non è molto differente dalle altre, seppur a Barcellona».

Le sensazioni, come si nota, sono le stesse che uniscono città e Paesi diversi. Perché, nei casi di emergenza, non ci sono né confini, né barriere, ma solo un’unica voce: andrà tutto bene: «Ho pensato che questa sfida così grande, questa crisi che ora è forte - commenta - anche qui ha una narrazione che raccoglie molti elementi: ha gli eroi, ha gli antagonisti, ha la ricerca assidua della pozione magica e abbiamo anche un leitmotiv, un filo conduttore».

Carla, da Barcellona, sta cercando in questi giorni di andare oltre l’emergenza contingente e di pensare come trasformare questa situazione in qualcosa di positivo: «Questo racconto mi sembra molto drammatico, a tratti apocalittico, fortemente emozionale. Ho pensato che adesso abbiamo una grande opportunità, possiamo già scrivere il finale di questa storia. Cambiarne i toni, vedere come affrontare il domani. Proviamo ad avere una visione del futuro, l’unica cosa che manca in questo racconto». 

E così la giovane tranese spiega: «Nell’azienda in cui lavoravo a Milano, per un giorno a settimana i dipendenti potevano richiedere di lavorare da casa. Data l’emergenza sanitaria, iniziamo ad attrezzare le nostre aziende per fare lo stesso. Lo smart working è un ottimo strumento per responsabilizzare i propri dipendenti, instaurare relazioni di fiducia e, non dimeno, riduce le emissioni di Co2 nell’atmosfera. Lo stesso vale per la scuola, che deve accettare la sfida di adeguarsi ai tempi e alle generazioni che corrono. Iniziamo a ripensare la didattica: a Milano, durante il periodo universitario, parlavo con i miei professori su Twitter, su Facebook e Instagram, tutto nel rispetto delle parti. Così la didattica può diventare più aperta e inclusiva». 

Il monito di restare a casa e di uscire solo se è strettamente necessario ci porta a vivere molto tempo tra le mura delle nostre abitazioni. Da qui il consiglio di Carla Filannino: utilizzare questa occasione in maniera sapiente: «Usiamo questo tempo per prepararci, per studiare, per scambiare le conoscenze tra generazioni. La mia generazione è considerata la più sfortunata di sempre: i millennials senza futuro, senza lavoro, senza casa, sicuramente più poveri dei nostri genitori. Negare questa situazione significa negare la realtà, ma dalla nostra abbiamo la conoscenza e la tecnologia. La generazione dei miei genitori, chiamati boomers, è invece la generazione figlia del ‘68, quelli che hanno avuto tutto ma ora dimostrano di non sapersi districare tra le tecnologie, tra le soluzioni che ci avvicinano. Confrontiamoci, facciamo rete, mischiamo le competenze: l’innovazione e la tecnologia ci sono già, la crisi le migliorerà e ci aiuteranno già da oggi la visione dei prossimi mesi e per i prossimi anni. Iniziamo dalla nostra comunità - conclude - senza paura ma anche con tanta disponibilità e comprensione». 

Marika Scoccimarro


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