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Zona arancione, oggi a Trani disobbedisce un bar: «Quattro settimane sono troppe, siamo allo stremo»

«Quattro settimane consecutive in zona arancione sono troppe. Non c'è una logica, i numeri ci dicono altro ed io personalmente non sono più in grado di reggere questa pressione. Lunedì (oggi, ndr) serviremo al banco e faremo servizio ai tavoli rispettando le norme del distanziamento. Lo annunciamo pubblicamente prima, ed io personalmente invito il sindaco e la Polizia locale a venire da noi e confrontarsi con noi».

Così Margherita Di Vito, titolare del bar caffetteria Shabby Chic, in via Tasselgardo, con quattro dipendenti in cassa integrazione, costretta ad andare avanti in uno scenario complicato, per usare un eufemismo. Tanto complicato che oggi, lunedì 8 febbraio, aprirà coscientemente al pubblico all'interno del locale pur sapendo di infrangere le regole, come ha anche scritto sulla sua pagina social.

La Puglia sarebbe dovuta essere zona gialla a partire da questo lunedì, ma così non sarà. Recentemente c'è stata la «giornata della disobbedienza» di tanti esercenti della ristorazione e a Trani ricordiamo l'episodio di una pizzeria che avrebbe voluto aderirvi servendo ai tavoli la sera, ma non fu possibile a causa di un controllo preventivo di Polizia locale e Polizia di Stato nei pressi del locale.

Oggi, pur non essendo stata indetta alcuna giornata della disobbedienza, la signora Di Vito vuole in ogni caso riattivare il servizio quanto meno al banco. «Queste quattro settimane sono state devastanti per la nostra categoria - spiega -, perché l'obbligo di utilizzare bicchieri monouso, bastoncini e trasportini in plastica ci costa spese esagerate. In ogni caso l'asporto non piace e i clienti non entrano se non hanno la possibilità di consumare un caffè al banco o al tavolo, e tale problema mi sembra comune a tutta la ristorazione. Il danno è accresciuto per il fatto che a gennaio ristori non ne abbiamo avuti e nel frattempo febbraio galoppa e, con esso, le spese fisse per le utenze di luce, canore Rai, Siae e tanto altro, pur non avendo mai acceso la tv e neanche l'impianto audio per il sottofondo».

Vi è poi la questione dei colori, ormai divenuta indigesta alla categoria: «Abbiamo i numeri per essere gialli - riafferma Di Vito -, ma Emiliano ha detto di preferire l'arancione in quanto giallo vuol dire liberi tutti. Ma questo già avviene perché basta farsi un giro sul lungomare in una giornata di sole e sembra Pasquetta. E la sera, se si va in via San Giorgio o via Lagalante, si trova di tutto. In questo scenario l'unica categoria fortemente penalizzata è quella della ristorazione. Ma poi mi chiedo anche perché alle 18 un bar debba chiudere, ma un distributore automatico continui a vendere le stesse cose che vende un bar senza ingressi contingentati, perché ho visto con i miei occhi anche 10-12 persone all'interno di un distributore automatico come nulla fosse. Queste sono le risposte che voglio - ribadisce l'esercente - ed il mio non è un voler trasgredire le regole, ma richiamare l'attenzione per avere delle risposte, perché adesso mi sembra che sia un po' troppo esagerando».

È anche vero, peraltro, che da più parti si parla di baristi che, durante queste quattro settimane, hanno servito al banco e ai tavoli pur non potendolo fare, mentre altri suoi colleghi hanno sempre rispettato le regole ma si sono addirittura sentiti dire dai clienti che altrove erano stati serviti senza uscire dal locale: sembra di comprendere, dunque, che vi sia un problema di aggiramento delle regole e scarsezza dei controlli.

«Questo lo so anche io - ammette la signora Di Vito -, ma non voglio puntare il dito contro dei colleghi perché chi è senza peccato scagli la prima pietra. Il 90 per cento dei bar hanno le vetrine a vista, per cui si vede bene chi fa asporto e chi serve all'interno, ma beccarsi fra noi come i capponi di Renzo non serve a nulla: piuttosto, mi piacerebbe che fossimo tutti uniti nella protesta, anziché farla io da sola. E poi, diciamocela tutta, se in queste quattro settimane il numero dei contagi non è cambiato, e a Trani è persino sceso (203 attualmente positivi nell'ultimo bollettino comunale, contro 238 della settimana precedente, ndr), vuol dire che il problema non siamo noi ma è da ricercare altrove».

E cosa dire al cliente che, entrando e servendosi, infrangerà anch'egli le regole? «Il cliente che verrà da noi non è il cliente indisciplinato che vuole infrangere la legge - precisa Di Vito -, ma colui che comprende la situazione, ci sostiene e lascia l'euro di mancia ai dipendenti perché sa che sono in cassa integrazione e che, nel frattempo, si sta avvicinando la fine del blocco dei licenziamenti che rischia di lasciare senza lavoro centinaia di giovani anche in questa città».


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