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Omicidio Mastrodonato, la Cassazione conferma le pene di Corda e Albi ma mitiga quella di Brescia: non tentò di uccidere Vitolano

Conferma della pena per due, accoglimento del ricorso e riformulazione dell'accusa per uno, sentenza già passato in giudicato per un altro, l'unico a non impugnare il giudizio di secondo grado.

A distanza di quattro anni esatti dall'episodio, che avvenne il 12 febbraio 2017, la Prima sezione della Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso proposto da tre dei quattro imputati condannati in primo e secondo grado per l'omicidio del pregiudicato Antonio Mastrodonato, ucciso quel giorno a colpi di pistola in via Superga.

La Corte suprema ha annullato la sentenza impugnata nei soli confronti di Alessandro Brescia, difeso dall'avvocato Claudio Papagno, limitatamente al delitto di tentato omicidio, con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Bari.

Brescia era stato condannato a 4 anni e 6 mesi in quanto, amico di Mastrodonato, era stato accusato di tentato omicidio di un altro coimputato, Giulio Vitolano, colui che ferì mortalmente la vittima. La Cassazione ha dichiarato irrevocabile la sentenza impugnata nei confronti di Brescia, con riguardo alla sola responsabilità per il porto illegale d'arma da fuoco. Tale circostanza dovrebbe determinare una congrua riduzione della pena, anche in considerazione dello stato di incensurato dell'imputato.

Rigettati, invece, i ricorsi dell'albanese Duda Albi e da Alessandro Corda, condannati al pagamento delle spese processuali. Non ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello, che nel suo caso diventa definitiva, il già citato Giulio Vitolano.

Vitolano, nella sentenza del 9 ottobre 2019, fu condannato a 16 anni e 6 mesi di reclusione, contro i 15 anni e 4 mesi richiesti in prima battuta dal sostituto procuratore della Repubblica presso la Dia di Bari, Giuseppe Maralfa.

Di poco inferiore era stata la pena inflitta ad Alessandro Corda e Albi Duda, riconosciuti suoi complici, per i quali il Tribunale di secondo grado confermò 16 anni di reclusione a testa per il concorso nell'omicidio (all'epoca il Pm ne aveva richiesti 14).

Fu esclusa per tutti, come nel primo grado, l'aggravante mafiosa, ma per Vitolano, Corda e Duda fu confermata la premeditazione, circostanza che aveva reso la loro condanna superiore alle stesse attese del Pm, insieme con il riconosciuto porto e detenzione di armi clandestine.

L'omicidio sarebbe maturato nell'ambito di uno scontro fra gruppi criminali emergenti per il controllo dei traffici illeciti sul territorio.

Due giorni dopo l'agguato mortale fu arrestato Vitolano, reo confesso di esserne l'esecutore materiale. Le successive indagini permisero di identificare i suoi complici, Corda e Duda, che aspettarono Vitolano in macchina per aiutarlo a fuggire dopo l'agguato. Da lì a pochi giorni finì in manette l'amico della vittima, Alessandro Brescia, accusato del tentato omicidio di Vitolano.

Il giorno prima dell'omicidio, Mastrodonato aveva picchiato Vitolano e Corda durante un litigio in una sala giochi, quindi i due aggrediti avevano progettato l'agguato per punire l'affronto. Intorno alle 16.45 di quel 12 febbraio, mentre Vitolano, partendo da sotto i portici fra via Superga e via Parini, inseguiva Mastrodonato uccidendolo lungo la via principale, Brescia tentava di fermare il killer del suo amico puntandogli contro una pistola giocattolo modificata, che tuttavia si sarebbe inceppata. Da lì a poco, la fuga di tutti: Vitolano salì a bordo della Panda, su cui erano Corda e Duda, monitorata dalle forze dell'ordine con un Gps nascosto. Così, all'imbocco dei collettori alluvionali di via Torrente antico, ritrovarono l'arma con cui Mastrodonato fu ucciso, insieme con il giubbotto di Vitolano.


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