Desidero intervenire nuovamente sul tema del “codice etico”, al centro del dibattito cittadino in questi giorni, perché ritengo che si stia affrontando la questione con una certa superficialità, quasi come se si trattasse di una novità assoluta. In realtà, così non è.
Il Comune di Trani, infatti, si è già dotato di un codice etico, approvato dal Consiglio comunale con delibera del 26 aprile 2017. Si tratta della nota “Carta di Pisa”, uno strumento importante, che avrebbe dovuto rappresentare un punto fermo nella vita amministrativa e politica della città. Eppure, è legittimo chiedersi: che fine ha fatto?
Se oggi, da più parti si invoca la necessità di introdurre un codice etico, significa evidentemente che quello già esistente non è stato applicato, o peggio, è stato completamente ignorato. E questo è un dato politico grave, che non può essere eluso.
Non solo. Già l’anno successivo alla sua approvazione, quel codice risultava di fatto disatteso, quando un importante incarico in una società partecipata del Comune venne conferito a una persona destinataria di rinvio a giudizio. Un episodio che dimostra chiaramente come gli strumenti ci fossero, ma sia mancata la volontà politica di rispettarli e farli rispettare.
Sono tornato più volte su questo argomento, proprio perché rappresenta una delle questioni centrali per ristabilire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Fiducia che negli anni è stata minata anche da fenomeni di trasformismo politico e cambi di casacca, che hanno dato ai cittadini l’impressione di una politica più attenta agli equilibri di potere che alla coerenza e al mandato ricevuto dagli elettori.
È di questi giorni la notizia del “tradimento” di alcuni esponenti del Partito Democratico i quali, pur avendo condiviso e votato il codice etico approvato in Consiglio comunale, hanno poi — per motivi non noti — lasciato il partito in cui avevano militato, condividendone pochi pregi e molti errori.
Gli stessi, in Consiglio comunale, hanno successivamente espresso voti e indicato soggetti nelle società partecipate, contribuendo a una gestione non sempre lineare.
Tale comportamento dimostra come la condivisione e l’approvazione del codice etico siano avvenute più per convenienza che per reale convinzione, votando un provvedimento che si richiama ai principi della “Carta di Pisa”, sottoscritta da autorevoli esponenti della vita democratica della Paese.
È proprio questo il punto: il codice etico non può essere uno slogan da campagna elettorale, né uno strumento da rispolverare all’occorrenza per ragioni di opportunità politica. Esso esiste già, ed è stato condiviso. Riproporlo oggi come se fosse una novità rischia di apparire come un’ammissione implicita di responsabilità: dov’erano, in questi anni, coloro che oggi ne invocano l’adozione?
È bene chiarirlo: il codice etico non è uno strumento di parte, non è di destra né di sinistra, ma rappresenta un vero e proprio contratto morale tra chi si candida e i cittadini.
Proprio per questo dovrebbe essere condiviso da tutti. Ma se qualcuno lo considera ancora oggi un elemento scomodo, una ragione c’è. La verità è che il codice etico spaventa chi teme trasparenza, responsabilità e controllo, chi preferisce muoversi nelle zone grigie della politica o mantenere margini di discrezionalità lontani da regole chiare.
Ed è qui che il tema si collega direttamente a quanto accaduto negli anni: trasformismi, cambi di casacca, scelte dettate più dalla convenienza che dalla coerenza. Tutti fenomeni che un codice etico serio — se applicato — contribuirebbe a limitare in maniera significativa.
Per questa ragione, ritengo che la vera sfida non sia “fare” un nuovo codice etico, bensì impegnarsi seriamente ad applicare quello già esistente, a partire dai primi atti del Consiglio comunale che si insedierà dopo le prossime elezioni di maggio, come peraltro previsto dallo stesso codice.
In questo contesto, ho già lanciato una proposta chiara a tutti i candidati: sottoscrivere un impegno morale solenne a dimettersi qualora decidano di cambiare gruppo consiliare rispetto a quello con cui sono stati eletti. Un gesto di coerenza e rispetto verso gli elettori, che contribuirebbe a contrastare quei fenomeni di trasformismo e “tradimento” politico che tanto hanno danneggiato la credibilità delle istituzioni locali.
Perché la questione, in fondo, è tutta qui: non servono nuove regole se poi quelle esistenti vengono disattese. Serve responsabilità, serve coerenza, serve rispetto.
Gli elettori, come sempre, sapranno giudicare i voltagabbana al fine di non rendere Trani una città di quarta serie, non certamente in senso sportivo.
Prof. Giuseppe De Simone
