Ci sono momenti nella vita in cui ci si accorge che qualcosa è cambiato. Non fuori, ma dentro.
E spesso accade in modo silenzioso, quasi impercettibile.
Finché un giorno ti ritrovi su un palco, davanti a una comunità, a parlare della sua storia… e capisci che quella storia, in qualche modo, è diventata anche tua.
Nei giorni scorsi ho avuto l’onore di partecipare come relatore a un convegno pubblico presso la Biblioteca Comunale “Giovanni Bovio”, dedicato alla memoria dell’eccidio del 1° aprile 1799. Un evento intenso, partecipato, carico di significato.
Ho parlato di memoria, di rimozione, di damnatio memoriae. Ma soprattutto ho parlato di una cosa semplice e fondamentale:
che ricordare non è un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente. Eppure, più delle parole, mi è rimasta dentro una sensazione.
Una gratitudine profonda.
Perché io non sono nato a Trani. Non ho radici familiari qui.
Vivo in questa città da poco più di tre anni.
Eppure, questa città mi ha accolto fino al punto da chiedermi di parlare… dei suoi morti. Non è una cosa banale.
Non è una cosa scontata. È un gesto di fiducia.
È, in un certo senso, una forma di adozione.
E io questa adozione la sento tutta.
La sento nella quotidianità, nelle persone incontrate, nei piccoli gesti, nelle parole scambiate per strada.
Ma l’ho sentita ancora di più in quel momento: quando mi è stata data voce. E allora oggi, alla vigilia di Pasqua, sento il bisogno di restituire qualcosa.
Non grandi parole. Non discorsi solenni.
Ma un pensiero.
Viviamo in un tempo inquieto.
Non serve accendere la televisione per capirlo.
Lo percepiamo nell’aria, nelle conversazioni, nelle paure non dette.
Guerre, tensioni, instabilità.
Un mondo che sembra, ancora una volta, incapace di imparare davvero dalla propria storia. E allora la memoria non è più solo cultura.
Diventa necessità. Diventa argine.
Diventa responsabilità verso chi verrà dopo di noi.
Perché ogni volta che dimentichiamo, lasciamo spazio alla possibilità che gli stessi errori si ripetano.
Ma la memoria, da sola, non basta.
Serve anche qualcosa che la accompagni.
E forse è proprio questo il senso più profondo della Pasqua. Non solo una ricorrenza religiosa.
Ma un invito.
A fermarsi. A guardare.
A riconoscere.
A riconoscere ciò che abbiamo.
Perché mentre noi ci prepariamo a passare una giornata serena, con le persone che amiamo, attorno a una tavola, in una casa calda, nel mondo — sempre più spesso — ci sono persone che non hanno nulla di tutto questo.
E non si tratta di retorica. Si tratta di realtà.
Sempre più vicina. Sempre più concreta.
E allora forse questa Pasqua può essere anche questo:
un momento di consapevolezza. Un momento in cui dire:
grazie per quello che ho attenzione per chi non ha responsabilità per ciò che verrà
Trani, in questi giorni, ha fatto un passo importante. Ha scelto di ricordare.
Ha scelto di guardare una parte della propria storia che per troppo tempo è rimasta in ombra. E questo, a mio avviso, è un segno di maturità.
Perché una città che ricorda non è più fragile. È più consapevole.
Io, nel mio piccolo, posso solo dire grazie.
Grazie per essere stato accolto.
Grazie per essere stato ascoltato.
Grazie per essere stato, anche solo per un momento, parte di qualcosa che sento vero. E a questa città, che ormai sento anche un po’ mia, auguro una Pasqua serena.
Consapevole.
E, soprattutto, umana.
Renzo Samaritani Schneider
