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«Immagina il mondo dopo la fine della natura»: oggi a Bari Olivhood, il film di Annamaria Di Pinto

«Mi racconti la storia dell’uomo che si trasformò in albero?». Parte da questa domanda, scritta sul manifesto del film, il viaggio poetico e distopico di Annamaria Di Pinto, artista tranese, che porta sullo schermo “Olivhood – È tutto morto”, produzione indipendente de “il cielo di carta teatro”, in programma domani, 22 maggio, nella sala seminari di Villa Framarino, nel Parco naturale regionale della Lama Balice, alle porte di Bari.
Un film ambientato in un 2073 in cui la terra ha smesso di respirare, l’acqua è diventata leggenda e la speranza è un’eco lontana. A sopravvivere è soltanto un piccolo ulivo, battezzato “Hope”, ultimo segno di vita in un mondo che si è arreso. Intorno a lui si muovono due anime: Olivhood, guardiano della fonte segreta, e Hole, simbolo di un’umanità che non smette di desiderare, anche quando tutto sembra perduto.
La regia di Annamaria Di Pinto fonde documentario e performance teatrale in un racconto sospeso tra memoria e futuro, dove la parola “fine” si trasforma in radice. Il lavoro intreccia realtà e mito, denuncia ambientale e fiaba distopica, interrogandosi sul prezzo della sopravvivenza, sulla scelta tra l’amore e la natura, sulla possibilità di rinascere come qualcosa di diverso da ciò che si è stati. Le immagini poetiche sono opera dell’artista altamurano Giuseppe Miglionico, mentre le voci degli attivisti - Pietro Pantaleo, Maria Giovanna Cortellino, Mariagrazia Cinquepalmi, Savino Montaruli, Ginevra, Michela Diviccaro e Michele Di Bari - si elevano a monito.
La proiezione, ospitata dalla Consulta Comunale dell’Ambiente, è in programma dalle 17.30 alle 20.00 e sarà arricchita da una lettura di testi poetici sul tema. Una serata, dunque, che non è soltanto cinematografica: è un atto di resistenza culturale in un luogo, la Lama Balice, che di quella resistenza è già, nel paesaggio e nella storia, un simbolo.
«L’umanità busseò all’ultima fonte. Ma fu respinta. Non per odio. Non per vendetta. Ma perché l’albero non conosce il compromesso». Queste le parole con cui si chiude la scheda del film. Un finale aperto, o forse soltanto il principio di una riflessione che l’opera si propone di consegnare allo spettatore, perché nessuno esca dalla sala con le mani vuote.


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