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«Giustizia svenduta» a Trani, dopo due anni e mezzo torna libero Michele Nardi

Dopo due anni e mezzo circa tra carcere e domiciliari, l’ex gip del Tribunale di Trani, Michele Nardi, sabato scorso è tornato in libertà: lo ha stabilito il Tribunale del Riesame di Lecce.

Per tre volte la Cassazione aveva chiesto ai giudici della libertà di motivare meglio il rigetto dell’istanza della difesa del magistrato, perno dell’inchiesta sulla «Giustizia svenduta», come è stata denominata, coordinata dalla Procura di Lecce.

Questa volta il Riesame ha accolto l’istanza del difensore, avvocato Domenico Mariani, e ha annullato invece i domiciliari con braccialetto elettronico: non ci sono più esigenze cautelari che giustifichino la misura.

Nardi era finito in carcere nel gennaio 2019 con le accuse di associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e materiale, insieme al collega pm tranese Antonio Savasta.

Quest’ultimo, condannato a 10 anni di reclusione con rito abbreviato, e che almeno in parte ha collaborato con la magistratura inquirente, resta invece ai domiciliari.

Nardi, che si è sempre difeso nel processo, ma la cui versione, almeno in primo grado non ha convinto il Tribunale di Lecce, a novembre 2020 è stato condannato a 16 anni e 9 insieme all’ex ispettore Vincenzo Di Chiaro (9 anni e 7 mesi), all’avvocatessa barese Simona Cuomo (6 anni e 4 mesi), a Savino Zagaria (ex cognato di Savasta, 4 anni e 3 mesi) e Gianluigi Patruno (5 anni e 6 mesi).

Dopo il deposito delle motivazioni da parte del Tribunale di Lecce (competente a giudicare i magistrati in servizio nel distretto di Bari), le difese sono al lavoro per preparare gli appelli. Per gli imputati giudicati in abbreviato (tra cui Savasta) l’appello è stato invece fissato al 12 luglio.

Nelle motivazioni della sentenza a carico dell’ex gip si legge che all’interno del Tribunale di Trani operava «un sistema di corruttela». Al vertice c’era Michele Nardi, che poteva contare sulla «costante collaborazione» dell’ex pm Antonio Savasta. Obiettivo, «la tutela del patrimonio del D’Introno», l’imprenditore di Corato che con le sue confessioni ha dato avvio all’inchiesta ma che «inizialmente agganciato quale “vittima” del Nardi, progressivamente diviene membro del gruppo, del quale condivide le iniziative da cui si propone di trarre personali vantaggi».

Sostanzialmente Nardi e Savasta sono accusati di aver garantito esiti processuali favorevoli in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore degli imprenditori coinvolti nelle indagini, in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, gioielli e diamanti. Le accuse risalgono al periodo compreso tra il 2014 e il 2018. Al momento dell’arresto Savasta e Nardi erano in servizio a Roma, il primo al Tribunale civile e il secondo in Procura.

Intanto D'Introno (in carcere a Lecce) la scorsa settimana ha patteggiato una condanna a due anni e quattro mesi. Pur non riconoscendolo come vittima di abusi da parte dei magistrati, la Procura di Lecce ne ha valorizzato la collaborazione.

(fonte, La Gazzetta del Mezzogiorno)


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