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Caso Cornacchia, la consigliera: «Espulsione? Daspo? Me ne sono andata a causa dei loro diktat»

Con l’avvicinarsi della competizione regionale, il direttivo del partito cittadino, avendo di diritto la candidatura femminile dell’assessora uscente per l’alternanza di genere, ha subito rivendicato una seconda candidatura maschile che potesse affiancare la prima e rappresentare pienamente la città e il territorio della BAT.

In qualità di dirigenti del partito, abbiamo chiesto più volte incontri con la segreteria regionale per discutere delle candidature. Io personalmente, anche in qualità di capogruppo consiliare, avevo raccolto innumerevoli richieste da parte di cittadini simpatizzanti e iscritti che volevano che Trani fosse rappresentata al meglio.

Ma nessun incontro veniva programmato. Circolavano solo voci confuse che invitavano ad attendere, poiché a breve ci sarebbero stati risvolti.

Poi, all’improvviso, una decina di giorni fa — ben prima del 25 ottobre, giorno della scadenza per la presentazione delle liste — abbiamo visto Trani e tutti gli altri comuni della BAT tappezzati con manifesti elettorali del segretario regionale.

Pur non avendo nulla da ridire sulla sua persona, abbiamo chiesto spiegazioni: perché la sua candidatura nella BAT?
Ma niente… nessuno sapeva il perché.
“È stato deciso così.”
Questa la risposta rassegnata del nostro segretario cittadino. Io aggiungo: era un diktat piovuto dall’alto.

“È stata una decisione condivisa”, è stato detto.
Ma condivisa con chi? C’è stato un confronto? Un dialogo?… Questa è democrazia?
Abbiamo solo dovuto ingoiare il rospo.

Ma veniamo alla mia candidatura.

Il 15 ottobre, in una riunione, ci viene finalmente comunicato che ci concedevano una seconda candidatura, ma femminile e nella lista civica “PER”. La condizione sine qua non era però quella di uscire dal PD.
Ancora una volta: perché? Non esiste alcuna norma statutaria che lo imponga.

Ho così iniziato a valutare la possibilità di candidarmi e giovedì 23 ottobre ho espresso la mia volontà di farlo a un gruppo ristretto di persone del mio partito. Qualcuno, però, anche in maniera irruenta, si è opposto, dicendomi che non era possibile perché non dovevo uscire dal PD.

Subito la voce della mia disponibilità si è diffusa, e così rapidamente che gli animi regionali si sono improvvisamente agitati. Mi sono arrivate numerose pressioni.

Dopo l’ennesima notte di riflessione, venerdì 24, in mattinata, ci siamo nuovamente riuniti ed ho confermato la mia candidatura, pur esprimendo la volontà di non voler uscire dal partito, se possibile. Purtroppo questa mia determinazione ha spiazzato molti, e ho ricevuto ulteriori pressioni affinché cambiassi idea.

È arrivata così, immediatamente, la convocazione del segretario regionale per la sera dello stesso giorno. E finalmente, dopo tanti anni, ho avuto il piacere — in qualità di capogruppo — di incontrarlo per la prima volta e poter dialogare con lui.

La riunione è iniziata con il segretario regionale che ha esordito dicendomi che ero diventata “un caso nazionale”, perché avevo commesso un atto molto grave contro lo statuto. Tuttavia, la presunta regola violata non mi è mai stata mostrata.

Ho risposto che il problema ormai non riguardava più il PD, poiché circa un’ora prima avevo inviato una PEC al presidente del consiglio e al segretario generale della città di Trani dichiarando la mia indipendenza e, quindi, la mia uscita dal Partito Democratico.
È un reato questo? È un reato aver deciso liberamente di lasciare il partito?

La mia candidatura in una lista civica è una forma di ribellione contro un modo di fare che ho tollerato troppo e per troppi anni. Ora che finalmente il nostro territorio poteva essere rappresentato da due ottime persone — un uomo e una donna — questo non ci è stato concesso.

Stanca di decisioni calate dall’alto, ho deciso, con rammarico, di lasciare il partito, come riportato nella mia lettera di dimissioni.

Al segretario cittadino voglio esprimere i miei ringraziamenti per la linea tenuta in questi anni, per il buon lavoro svolto e per la buona volontà. Ma evidentemente tutto ciò non è bastato: non è stato sufficiente a scardinare la gangrena del partito.

A lui, che ha usato il termine “stigmatizzare” per gettare fango politico su di me, dico che forse non si è reso conto che quel termine, in realtà, celava la verità: queste mie “stigmate politiche” rappresentano il modo per espiare le colpe e i peccati altrui.

Per anni sono stata schiava del partito, con il “marchio addosso”, obbedendo a decisioni spesso contrarie alla mia volontà. Ma l’importante, adesso, è aver avuto il coraggio di ribellarmi: basta diktat!

Al commissario Parrini dico che un partito “Democratico” che mette il daspo a chi decide di far valere la propria libertà di lasciare il partito in piena autonomia… forse ha sbagliato sigla politica.

Irene Cornacchia


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