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«Trani e quelle torri, una brutta ferita». Intervento dello scrittore Domenico Valente

Questa mattina mi sono svegliato di buonora. Destato più dal dolore, dalla frustrazione, dalle recrudescenze di affermazioni che, come lame taglienti, hanno lambito le mie carni fino a farle sanguinare, piuttosto che dal vigore del rigenerante cullarsi tra le braccia di Morfeo.

 “Signor Valente…. ha letto quell’articolo su quei grattacieli che costruiranno a Trani?”, mi riferisce una gentil signora che scopro, con somma sorpresa, mia accanita lettrice.

 “Oh…. Mimmo hai visto! Si sono ispirati al tuo libro! Costruiranno a Trani due alte torri. Adesso ci manca solo la donna fantasma!”, è l’affermazione di un mio carissimo amico.

 “Sei stato colto da un lampo di chiaroveggenza!”, mi confessa, nel pomeriggio di ieri, un tranese di elevata cultura che in tanti dovrebbero invidiarci.      

Mi sono sentito sprofondare! Nella mia mente si è immediatamente materializzato quell’abominio in cemento che si staglia alto verso il cielo in una gara che lo vedrà, forse, vincitore sulla gentile cuspide della nostra Cattedrale. Ho visto la sua ombra sovrastare quel pezzo di storia, di invidiabile architettura, di incantevole natura, che si cela tra le mura di Giardino Telesio. Ho visto quel grigiore soffocare, in un abbraccio mortale, le enormi chiome di quelle secolari querce giunte indenni fino ai nostri giorni.

Non scrivo queste parole per farmi pubblicità! Non mi interessa! Potete depurare “quest’articolo” da tutto ciò che può essere riconducibile al mio libro. Ho solo voglia, in regime di democrazia, di far conoscere il mio modesto pensiero.

Avevo immaginato Giardino Telesio, con l’annesso terreno retrostante, quale secondo polmone verde della città. Quello che avrebbe permesso, a chi non può giungere fino alla Villa Comunale (penso alle tante persone anziane, senza autovettura e con gli arti stanchi e provati, che popolano la zona a sud di Trani), di godere di momenti di serenità, immersi nel verde e lontani dalla solitudine delle mura domestiche. Lo avevo immaginato “luogo sereno”, nonostante le caotiche e finte campane della contigua chiesa che tanto fanno rimpiangere il delicato e romantico suono di quelle vere delle “cento” chiese di Trani (……segno dei nostri tempi?). Quasi mi mancano le Fonderie Giustozzi! 

Avevo sognato un polmone verde al nord di Trani giusto per gli stessi motivi che ho appena enunciato. Lo avevo immaginato lì dove, non appena avranno sgomberato le segherie del marmo, inizieranno a costruire. Così come inizieranno a  costruire a ridosso e al fianco di Giardino Telesio.

Si edificherà! Si edificherà sempre di più poiché la nostra economia, quella nazionale, che si riflette come d’incanto su quella cittadina, si fonda, assurdo ma vero, sull’edilizia e sugli autoveicoli. Oggi, si realizzano più autoveicoli di quelli che si vendono e si costruiscono più abitazioni di quelle richieste. Tante lo sono quelle sfitte e ancor di più lo saranno continuando ad andare avanti di questo passo poiché quell’odioso Euro, tanto capace di non farci arrivare a fine mese, non ci permetterà di acquistare la prima casa, la seconda e nemmeno la villa al mare.

Manca un piano di riconversione industriale! Manca una sana politica!

In assenza di export (il toccasana di ogni economia moderna) hanno rispolverato il P.I.L. che è mera ridistribuzione della ricchezza prodotta all’interno dello stesso territorio. Grave per l’economia nazionale che, povera di materie prime, fondata sulla trasformazione e realizzazione di semilavorati e prodotti finiti, non può tenere il passo con il debito pubblico e con i bisogni della collettività.  

Ah! Chiedo venia…. Non voglio parlare di economia. Non voglio fare politica. Non posso fare politica! Non è ho, forse, le capacità.

Preferisco continuare a parlare dei mali che attanagliano la zona in cui abito.

Il mio pensiero corre a quell’articolo, pubblicato qualche tempo fa, in cui “mi sentivo ferito” per l’abbattimento delle robinie lungo la linea ferroviaria che costeggia l’ex “Viale dei Platani” (Mi piace ricordarlo così. Senza nulla togliere, ovviamente, a due grandi uomini come Falcone e Borsellino, a cui quella strada oggi è dedicata, vittime della propria dedizione al lavoro e degli ideali in cui hanno sempre creduto). Su quella strada ho visto sorgere uno sterile (ma sicuro) muro in cemento. Non ho visto installare le “barriere antirumore” ma, al loro posto, una semplice rete metallica. Ho contato sedici operai delle ferrovie che, armati di forconi, lanciavano sullo sterrato prospiciente il muro in cemento, quello a ridosso della nostra strada, i sassi in eccesso della risanata linea ferroviaria. Sassi che, come potete immaginare, in mani incaute possono divenire assai pericolosi. La promessa piantumazione degli alberi? Le barriere fonoassorbenti? Quanti altre notti dovrò passare a controllare il passaggio dei treni? Ho imparato a riconoscere il modello di ogni locomotore dal forte rumoreggiare e dalle vibrazioni che giungono incontrastate fino alla mia camera da letto. In una città dormiente, dove le aziende più importanti, quelle del settore lapideo e quello calzaturiero, sono in totale declino, spero, con il mio sacrificio, di avere un posto sicuro e ben retribuito nelle ferrovie.

Si può vivere di incertezze?

Si può vivere di speranze?

Si può vivere pensando che tutto quello che ci circonda cadrà sotto le spire di falsi ideali?

No!

Abbiamo bisogno di certezze!

Abbiamo bisogno di identificarci in quel…. “città slow”, simboleggiato da una chiocciola dalla spirale disegnata sulla sua “casa” che non rappresenti un vortice caotico ma, piuttosto, una città a misura d’uomo. Quella che tutti ci invidierebbero se solo provassimo ad amarla.  

Scusatemi se è poco!        

Domenico Valente - Scrittore


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