Quello che si realizzerà entro il 20 dicembre tutto sarà tranne che uno sgombero. Infatti, dal campo rom sulla vecchia statale per Bisceglie, i nomadi sono già tutti andati via. L’attività delle forze dell’ordine e degli altri soggetti che interverranno, quindi, sarà di mera bonifica prima e recinzione poi dell’area, così da impedirne future occupazioni abusive. In queste ore, la Polizia ed il proprietario dell’immobile stanno concordando gli ultimi dettagli.
Intanto, però, dove sono andati a finire i rom? Secondo i bene informati, non sarebbero neanche tanto distanti da lì. Avrebbero, quindi, già trovato un’altra area in cui stabilirsi e ricostruire le loro baracche con quello che, con i loro mezzi, sono riusciti a portare via dalla sede precedente.
Altri, invece, avrebbero lasciato Trani alla ricerca di una sistemazione meno precaria della precedente o della nuova. Probabilmente, in tale scelta, sono stati consigliati da chi, nelle scorse settimane ha lasciato l’immobile di via Verdi facendo, più o meno, perdere le proprie tracce.
Di sicuro, vi è un aspetto positivo in entrambe le vicende di quelli che, impropriamente, si definiscono sgomberi: in nessuno dei due casi si sarà usata la forza, preferendo la strada del dialogo e relativo convincimento a quella dell’intervento risolutivo e coatto. Da questo punto di vista, bisogna dare atto alle forze dell’ordine ed a tutti i sggoetti chiamati in causa nella vicenda, di avere operato con sensibilità sociale.
Nel frattempo, registriamo la presa di posizione del Partito socialista di Trani, il cui coordinatore, Emanuele Calabrese, considera questo provvedimento, a prescindere di come lo si voglia chiamare, «un atto teso a risolvere provvisoriamente una problematica che comunque riemergerà. È dovere dell’amministrazione garantire alla comunità un’area sicura in cui vivere serenamente e nel rispetto delle regole. Il partito contesta anche il periodo entro il quale si è scelto l’allontanamento, vale a dire troppo a ridosso del Natale. Tale ordinanza – conclude Calabrese - è comunque una sconfitta per un paese che si ritiene democratico e, in un’epoca di globalizzazione, che dovrebbe significare pari dignità per tutti e non intolleranza verso persone di religione, etnia o nazionalità differenti, uomini e donne che, approdando in un paese straniero, sono già in una situazione di disagio. Il nostro primo dovere è aiutare queste persone non cacciarle».
