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Settant'anni fa il bombardamento di Trani: 35 vittime. Così Raffaello Piracci raccontò la «Pasquetta di sangue»

Il 2013 non è solo l’anno degli Statuti Marittimi di Trani, in occasione della 950nario della loro promulgazione. Proprio oggi, infatti, ricorre un altro, importante anniversario, il settantesimo precisamente: quello del bombardamento che bagnò Trani di sangue il 27 aprile 1943.

Fu la «Pasquetta di sangue», secondo come la definì Raffaello Piracci, sul suo “Tranesiere” nel 1963, in occasione del ventesimo anniversario dell’evento. Una denominazione che, ancora oggi, connota perfettamente un luttuoso episodio da sempre molto sentito dalla città. E per il quale Trani meritò la medaglia d’argento al merito civile, evento anche questo prossimo ad una significativa scadenza, quella dei quindici anni dal riconoscimento ufficiale, che avvenne l’8 maggio 1998.

«La Pasqua di quell'anno capitò il 25 aprile – scriveva Piracci ne “Il Tranesiere”, Trani, Anno V, n. 7 del 25 aprile 1963, pp. 100-106 -. Passò tranquillo il giorno di Pasqua ed il lunedì successivo molti tranesi riuscirono a rispettare, anche in tempo di guerra, la tradizione: andare a Colonna. Sembrava strano, ma quel pomeriggio affollarono il lungomare e la zona di Colonna, a deporre ai piedi del Crocifisso le proprie pene e le proprie speranze. Quel pomeriggio ci fu anche un allarme. Si seppe anche che apparecchi nemici avevano bombardato Palese. Ma i tranesi, sempre un po’ alieni ad eccessi di sfrenatezza come di panico, a Colonna erano andati. Si andò a letto con relativa tranquillità, dopo aver reagito con una scrollatina di spalle alla notizia che nel pomeriggio dagli aerei nemici che avevano bombardato Palese erano stati lanciati dei bigliettini con la scritta: “Arrivederci a stanotte”».

Sarebbe stato l’avvertimento per Trani. «Nel cuore della notte, verso le due – si legge ancora nel racconto dello storico tranese -, comincia a sentirsi un rombo, un rombo sordo di apparecchi che girano con strana insistenza sulla città. La solita sirena non ha suonato l'allarme. Vengono fatte cadere le prime bombe, sulla banchina del porto nel tratto fra via Zanardelli e via Vincenza Fabiano.

Quattro furono complessivamente le bombe lasciate cadere. Fortunatamente, due di  esse caddero in acqua, mentre le altre due piombate sulla panchina, esplodendo dilaniarono completamente con le schegge e lo spostamento d'aria il fabbricato posto fra le due strade ed in parte anche gli altri circostanti, provocando inoltre la rottura dei vetri di tutti i locali prospicienti il porto. Fu allora che anche il glorioso ed antico Teatro comunale ebbe il danno più grave. Alcune schegge giunsero fino a piazza Plebiscito. Immediatamente, tutta la zona del porto risuonò di grida ed urla strazianti, per la tragedia che improvvisamente si era abbattuta su una quindicina di famiglie. Accorsero sul posto alcuni Padri Barnabiti, la Contessa Signora Emma Viti, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana col figlio, che fece chiamare i soldati del genio di stanza a Trani e con essi organizzo subito il trasporto dei feriti. Veramente encomiabile fu l'attività prodigata sia da detta signora, che da tutti i soldati, i quali, pur impressionati alla vista del sangue e dei corpi dilaniati, furono instancabili nell'opera di soccorso e di rimozione delle macerie alla ricerca di qualche superstite».

Ma il bombardamento aveva colpito anche altrove, «presso le casermette di via Corato, di recente costruite ed entrate in funzione. Anche qui furono sganciate delle bombe, che provocarono la morte di alcuni militari rimasti affogati nel rifugio per lo scoppio delle condutture d'acqua. A via Statuti Marittimi i morti fra civili erano 21 e 26 i feriti, mentre alle casermette erano morti 14 militari. Un totale di 35 morti per una cittadina di non più di 35 mila abitanti».

L’ultima immagine è quella delle esequie. «Le salme di tutti e 35 i caduti, composte in grezze casse, furono tutte portate nella chiesa di Santa Chiara, che allora fungeva da cattedrale, dati i lavori di restauro in corso al Duomo. L’aspetto che presentava l’interno di Santa Chiara era impressionante. Tutte le bare tappezzavano letteralmente il pavimento del tempio, lasciando appena uno stretto passaggio fra loro. Tutto intorno, un coro di lamenti e di flebili preghiere».


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