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Accoglienza di migranti a Trani, don Geremia Acri: «Le istituzioni prima di fare proseliti devono agire, soprattutto di fronte a questo nuovo olocausto»

Descrivere, pubblicare articoli e fare propaganda per cavalcare l’onda e l’effetto mediatico di certo non aiuta a capire cosa significa la parola “accoglienza”. Le parole come sappiamo bene hanno un significato, per cui sono un contenitore, uno spazio da riempire. Le parole diventano piene nel momento in cui le senti dentro, ti escono dal petto con forza, fuoriescono da sé senza controllo perché sono tue, sono crogiuolate dall’esperienza, dalla vita.

Forse mi sbaglio, oppure forse non a tutti è dato di capire quello che voglio dire. Ma ora mi spiego. Accogliere nella mia esperienza personale significa questo: vivere costantemente braccato dalla paura di non fare mai abbastanza per l’altro/a, vivere notte e giorno in tensione per l’altro/a, vivere per una ragione “il bene della collettività”, della comunità.

Accogliere è interfacciarsi con le istituzioni, che nel significato della “responsabilità civile” devi rispondere e dare soluzioni ragionevoli. Utilizzo il verbo “dovere” per essere chiaro, diretto, sfrontato perché le istituzioni si devono ri-educare al dovere.
Le istituzioni prima di propagandare e promettere devono agire, le istituzioni prima di scendere in campo elettorale e fare proseliti devono scendere nel campo dell’umanità ferita e sofferente, sporcarsi le mani, mettere la faccia, dare fiducia, e non dormire la notte per il cuore, che ti sale in gola.

In questo momento storico particolare dove si sta perpetrando il “nuovo olocausto” tutti indistintamente siamo chiamati come cittadini pubblici e civili a non rimanere indifferenti, sordi, apatici ma ad accogliere per un “dovere morale”, inscritto nelle nostre coscienze erranti di uomini e donne. Per cui oggi ai significati già esistenti della parola ‘accoglienza’ bisogna includere un altro significato ossia “dovere”.

Il dovere alle volte violenta la vita di uomini e donne ma devo anche dire che l’accoglienza violenta ugualmente. Violenta nel momento in cui ti trovi di fronte giovani migranti con il volto solcato dal dolore, dalla fatica dove nei loro occhi possiamo scorgere il bagaglio ossia ‘il travaglio di un esistenza’, si perché solo quello portano sulle nostre rive, e come uomo prima e come prete poi sento l’obbligo di custodirlo, perché nel bagaglio si porta sempre qualcosa di personale, di intimo e loro portano la vita.

Non mi interessa fare vademecum per l’accoglienza, mi interessa vivere l’accoglienza, farne esperienza, e promuoverla; i migranti che approdano sulle nostre coste, sono prima un parto poi una nascita, ennesima esperienza fatta con i 46 migranti accolti nella Città di Trani, presso Casa “S. Caterina”.

Vedere un gruppo di giovani e non senza distinzione di sesso, religione e pelle che dal giorno alla notte si prodigano ad allestire una casa, a pulirla, a profumarla per renderla accogliente, dignitosa ed umana non si può spiegare, non ha parole.
Solo un grazie a quelle persone che, dal mattino presto fino a notte fonda, hanno permesso che avvenisse questa nuova rinascita, grazie anche a quanti (sia della Diocesi di Andria, della Diocesi di Trani, uomini e donne delle Istituzioni e tantissimi comuni Cittadini della Città di Trani), si sono sporcati le mani per acconsentire che non mancasse il necessario per queste persone.

Accogliere oltre ad inglobare l’accezione dovere non ha bisogno di palcoscenici ma di cuori, volti e mani che rivoluzionano un sistema, dove l’ altro non è semplicemente un numero ma persona come te, che ha bisogno di affetto, attenzioni, cure e cultura.

Don Geremia Acri


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