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Il coronavirus, metafora della Passione. Il vescovo di Trani: «Il Padre buono ci condurrà per mano facendoci rivedere la luce»

Riceviamo e pubblichiamo, l'omelia di S.E. Mons. Leonardo D'Ascenzo della Celebrazione Eucaristica del 5 aprile 2020, Domenica delle Palme e Passione del Signore.

***

Cristo Gesù, pur essendo Dio, per obbedienza alla volontà del Padre, si fece servo e condivise in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana. Si lasciò gioiosamente accogliere dalle folle al suo ingresso in Gerusalemme e sperimentò, nella passione, il limite, la fragilità, la sofferenza, la solitudine e la morte.

Nella passione, come ci racconta il Vangelo di questa Domenica delle Palme, Gesù sperimentò la solitudine. Vorrei soffermarmi su questo aspetto particolare. Durante l’ultima cena, momento intimo di amicizia e dono del suo corpo e sangue nei segni del pane e del vino, Giuda Iscariota abbandonò il Signore e lo tradì. Nell’orto degli ulivi, il Getzemani, mentre stava vivendo una profonda angoscia fino a sudare sangue, i suoi discepoli dormivano. Mentre i capi dei sacerdoti e gli scribi lo interrogavano, Pietro per tre volte lo rinnegò affermando di non conoscerlo. Gesù rimase solo, i suoi lo abbandonarono, tutti gli furono contro e vollero la sua morte in croce. L’unico che si fece vicino, anche se per imposizione, fu Simone di Cirene che incrociando il suo cammino con quello di Gesù fu costretto a portare la sua croce.

Tutto questo ci fa pensare a ciò che stiamo vivendo in questi giorni di isolamento, o di distanza sociale da mantenere, ci sentiamo soli, distanti, non è possibile incontrarci, dobbiamo restare a casa. Le relazioni virtuali che i social permettono, se prima ci davano l’impressione di non aver bisogno di nulla perché tutto poteva essere per noi a portata di mano o, come si dice, a portata di click, ora avvertiamo che non ci bastano, assolutamente non ci bastano! Sentiamo il bisogno di relazioni reali, di incontrarci fisicamente, stringerci la mano, abbracciarci, stare in tanti e vicini, fianco a fianco nella nostra chiesa parrocchiale, oppure attorno ad una tavola imbandita, magari in una piccola e semplice casa, non avrebbe importanza, dove poter sperimentare calore, affetto, amicizia, familiarità, questo si che conta veramente e ci manca.

Purtroppo dobbiamo registrare il fatto che, oltre a vivere in un forzato e indispensabile isolamento, diverse persone mancano del necessario per continuare una vita dignitosa. Talvolta mancano perfino del necessario per mangiare. Prendo occasione per ringraziare le diverse associazioni di volontariato, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le Caritas parrocchiali cittadine e Caritas diocesana per tutto ciò che stanno facendo per aiutare la nostra gente nelle diverse difficoltà.

C’è un altro aspetto che vorrei evidenziare in questa riflessione. Gesù nel momento in cui stava per morire, sperimentò umanamente una solitudine estrema che lo portò a dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Il pensiero e la preghiera, a questo proposito, non possono non andare a chi si trova a combattere tra la vita e la morte nei letti della terapia intensiva, o a coloro che sono purtroppo morti nella solitudine, senza la possibilità del conforto dell’affetto dei loro cari o del conforto religioso dei sacramenti. Per tutti loro il nostro affettuoso ricordo e la preghiera di suffragio.

Anche in un momento difficile come questo, il Vangelo continua a risuonare come buona notizia. Gesù ha sperimentato la solitudine umana, e ora più di ogni altro comprende la nostra paura, smarrimento, sfiducia, sofferenza e, come dicevamo, solitudine. Lui, il risorto, il vivente, sta accanto a noi, ci accompagna e ci insegna come ripetere, non solo con le parole ma con la concretezza della vita, la preghiera che lui stesso pronunciò sulla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Come ben sappiamo, queste parole appartengono ad un salmo, che poi prosegue dicendo Padre nelle tue mani affido il mio spirito. È ciò che vogliamo vivere, abbandonandoci alle mani di un Padre buono, del quale ci fidiamo e dal quale vogliamo lasciarci condurre in queste giornate di buio, sperando di uscirne prima possibile, ciascuno facendo la propria parte, con generosità e gratuità, con sensibilità e attenzione verso chi si trova nel bisogno.

Mi ha molto colpito, seguendo il telegiornale, la testimonianza di un medico che, mentre si preparava ad iniziare il suo turno di lavoro, indossava abiti e protezioni che via via coprivano il suo volto e non permettevano più di riconoscerlo, quasi a dire che non è importante mettersi in mostra, figurare, apparire. Ciò che conta, invece, è esserci e donarsi mettendo in gioco la propria pelle. Bene, questo giovane medico diceva che il suo era un combattere per la causa, cioè la sconfitta del virus e l’aiuto alle tante persone malate, e avrebbe combattuto fino alla fine. Ho pensato a Gesù che dona se stesso, fino alla fine, senza risparmiare nulla per sé. È la logica della croce, della Settimana Santa, della Pasqua. Possa diventare, anche a motivo di questa emergenza, la logica di vita di ogni persona e di ogni discepolo di Gesù.

Auguro a tutti di camminare con Gesù nella passione e morte, per condividere con lui la gioia della risurrezione a Pasqua.

+ Mons Leonardo D'Ascenzo


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