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Comitato pace e disarmo: «La sicurezza non si costruisce soltanto con la repressione»

Il Comitato Pace e Disarmo, di fronte alla tragica morte di un giovane di 18 anni a Trani, sente il dovere di esprimere dolore e vicinanza alla famiglia e, nello stesso tempo, di aprire una riflessione che non si esaurisca nella condanna dell'episodio.

Non spetta a noi stabilire responsabilità giudiziarie né anticipare la ricostruzione dei fatti. Spetta però alla società interrogarsi sulle condizioni culturali, educative e sociali nelle quali può maturare una violenza così estrema tra ragazzi così giovani.

E questa riflessione deve riguardare anche le politiche pubbliche.

Non basta una società più controllata: serve una società più educata alla convivenza

Di fronte alle risse, alle aggressioni e alla violenza giovanile, la risposta delle istituzioni non può ridursi alla continua produzione di nuovi decreti, all'aumento delle sanzioni penali, all'inasprimento delle pene e alla crescente presenza repressiva nelle strade e nelle piazze.

La sicurezza dei cittadini è un diritto e le forze dell'ordine hanno il compito indispensabile di prevenire e reprimere i reati.

Ma una cosa è intervenire sulla violenza quando si manifesta; un'altra è impedire che quella violenza diventi una possibilità normale nelle relazioni tra giovani.

Se dopo ogni tragedia la risposta politica consiste principalmente nell'annunciare nuove sanzioni, nuovi divieti, nuovi controlli e nuove forme di repressione, rischiamo di intervenire soltanto sull'ultimo anello della catena.

Il ragazzo che porta un coltello non nasce con un coltello in mano.

Prima ci sono una cultura del confronto, un'idea della forza, una gestione della rabbia, una concezione del rispetto, un rapporto con il gruppo, una capacità — o incapacità — di affrontare la frustrazione e il conflitto.

È lì che dobbiamo intervenire. Prima.

Lo stesso ministro dell'Interno ha riconosciuto che la violenza minorile non può essere affrontata soltanto attraverso la repressione e che dietro molti episodi possono esserci disagio sociale, povertà educativa, emarginazione e perdita di riferimenti.

È precisamente da questa consapevolezza che dovrebbe partire una politica pubblica diversa.

Più educazione, non soltanto più punizione

Chiediamo quindi che alle politiche di sicurezza vengano affiancati — e finanziati con la stessa determinazione — interventi strutturali:

educazione alla gestione dei conflitti e delle emozioni fin dalla scuola;
sostegno concreto alle famiglie e alla genitorialità;
educatori di strada e presìdi educativi nei quartieri;
spazi pubblici e sociali realmente accessibili agli adolescenti;
sport, cultura, musica e associazionismo come strumenti di inclusione;
servizi territoriali capaci di intercettare precocemente disagio, isolamento e aggressività;
percorsi di mediazione e giustizia riparativa, soprattutto quando concretamente praticabili;
formazione degli adulti — genitori, insegnanti, educatori, operatori e amministratori — alla gestione nonviolenta dei conflitti.

Non chiediamo meno sicurezza. Chiediamo una concezione più ampia e più intelligente della sicurezza.

Una piazza è sicura non soltanto quando è sorvegliata.

È sicura quando è abitata, illuminata, curata, frequentata da giovani e adulti, sostenuta da servizi, cultura e relazioni.

Una periferia è sicura non soltanto quando vi passa una pattuglia.

È sicura quando un ragazzo trova qualcuno che lo ascolta prima che il suo disagio diventi rabbia, violenza o disperazione.

Anche gli adulti devono cambiare

Ma c'è un'altra questione che non possiamo eludere.

Non possiamo chiedere ai ragazzi di non rispondere alla violenza con altra violenza se gli adulti continuano a trasmettere, nella vita quotidiana e nel linguaggio pubblico, la logica della contrapposizione e della forza.

Non possiamo dire ai nostri figli:

"Non reagire alle provocazioni"

e poi mostrare loro che nella società adulta chi urla più forte, minaccia di più o riesce a imporsi sull'altro viene considerato il più forte.

Non possiamo insegnare:

"Rispetta il tuo avversario"

e contemporaneamente trasformare ogni differenza in una guerra tra tifoserie.

Non possiamo condannare il coltello nella mano di un ragazzo e dimenticare la violenza delle parole, dell'umiliazione, dell'odio e della disumanizzazione che attraversano quotidianamente il mondo degli adulti.

La pace comincia prima della rissa

Il Comitato Pace e Disarmo ritiene che questa sia anche una questione di politica della pace.

La pace non comincia quando due persone smettono di combattere.

Comincia molto prima: nel modo in cui impariamo a gestire un conflitto.

Per questo proponiamo di affiancare alla necessaria politica di sicurezza una vera politica nazionale e territoriale di prevenzione della violenza giovanile, che abbia risorse, continuità e obiettivi verificabili.

Non servono soltanto più pattuglie dopo che qualcosa è accaduto.

Servono adulti presenti prima.

Servono educatori prima.

Servono spazi di aggregazione prima.

Serve ascolto prima.

Serve scuola prima.

Serve comunità prima.

E serve una cultura della nonviolenza che non venga richiesta soltanto ai giovani, ma praticata innanzitutto da noi.

Perché se vogliamo ragazzi capaci di fermarsi davanti a una provocazione, dobbiamo essere una società adulta capace di fermarsi davanti alla propria.

Questa è, per noi, un'etica dell'educazione adulta.

E questa è la sicurezza che vogliamo: non una società semplicemente più repressiva, ma una società più capace di prevenire l'odio, il disagio e la violenza prima che diventino irreversibili.

Comitato Pace e Disarmo Trani- Gianni Doria

 

foto Ai


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