Un ricordo intimo e commosso di Lucio Montanaro, affidato alle parole di chi con lui ha condiviso anni di amicizia, lavoro, risate e progetti. Un racconto personale che restituisce il volto dell’uomo oltre il personaggio.
Ci ho messo un giorno intero per riuscire a metabolizzare questo dolore.
Ieri sono stato tra i primissimi a ricevere la notizia della scomparsa di Lucio e mi sono trovato, con il cuore a pezzi, a doverla comunicare a mia volta, anche attraverso la sua pagina Facebook, alla quale ogni tanto davo voce.
Mi hanno cercato in tanti per chiedermi dichiarazioni, ricordi, commenti, ma non me la sono sentita. Ero troppo distrutto e, sinceramente, facevo fatica perfino a rendermi conto che fosse successo davvero.
Ci eravamo visti appena qualche settimana fa, in compagnia di amici, prima a cena e poi a casa sua, proprio a bordo di quella piscina che oggi, inevitabilmente, associo all'ultima immagine che avrei mai immaginato di avere di Lucio. E ci eravamo sentiti ancora nei giorni scorsi, mentre io ero in vacanza a Barcellona e, durante la telefonata, mi aggiravo per il Museo Picasso, commentando con lui i quadri praticamente in diretta. Mai avrei pensato che quella sarebbe stata una delle nostre ultime conversazioni.
Una notizia così improvvisa sembra quasi impossibile da accettare.
Oggi, a mente un po’ più lucida e dopo una notte insonne, riesco finalmente a mettere in fila qualche piccolo pensiero per ricordare il mio amico fraterno Lucio Montanaro.
Negli ultimi anni abbiamo condiviso praticamente di tutto: viaggi in macchina, in aereo, trasferte a Roma, Milano, Napoli e ovunque altro, tavolate interminabili, pranzi e cene che spesso diventavano spettacoli nello spettacolo, camere d’albergo condivise (russate comprese), festival del cinema, fiere del fumetto, presentazioni, incontri, premi, riconoscimenti, televisioni, film, concerti (persino di sigle di cartoni animati), teatri veri e palcoscenici improvvisati… situazioni che, a raccontarle, sembrerebbero inventate. E ne abbiamo combinate davvero tante.
Ogni volta, immancabilmente, si presentava con quel modo, molto suo, di dimostrarmi il suo affetto. Sia che veniva a trovarmi a Trani, sia che avevamo occasione di incontrarci da qualche parte, non arrivava mai a mani vuote: portava con sé qualche specialità della sua Martina Franca. Capocollo, bombette, salsicce e soprattutto il marro, di cui sapeva benissimo che sono praticamente pazzo. Io cercavo di ricambiare portandogli le mozzarelle e le scamorze fresche di Andria, quelle belle lattiginose, appena fatte, per le quali stravedeva. Erano piccoli gesti, apparentemente semplici, ma raccontavano perfettamente il nostro rapporto: ci si voleva bene anche attraverso queste attenzioni, attraverso il piacere di condividere le cose buone delle nostre terre.
Lucio mi ha fatto ridere fino alle lacrime. Mi ha fatto ridere quando lo diressi nel cortometraggio “Lo scriverò sul blog” e, prima o dopo una scena, riusciva immancabilmente a inventarsi qualcosa che mandava all'aria qualsiasi tentativo di mantenere la serietà sul set. Mi ha fatto ridere ancora di più quando mi raccontava i suoi ricordi, spesso con quella memoria tutta sua che ha dato il titolo al nostro primo libro: “Il meglio della vita mia… ma sinceramente non ricordo tutto!”.
Quel libro, pubblicato nel 2019, è stato molto più di un'autobiografia: è stato il risultato delle nostre conversazioni, delle sue memorie, dei suoi aneddoti, delle sessioni di interviste, delle telefonate e delle risate. Nel 2024 abbiamo fatto il bis con “Lucio Montanaro racconta Mario Merola”, un libro al quale teneva moltissimo e nel quale ha raccontato con grande affetto il suo rapporto con il grande Merola.
E poi quante volte siamo finiti davanti a una telecamera insieme. Dalla Rai, con Stracult, a tutte le televisioni private, da Telebari a Teleregione, fino a Telenorba, che è stata l'ultima trasmissione televisiva alla quale siamo andati insieme. E poi gli incontri con il pubblico. Lucio aveva una cosa che non si poteva fingere: amava stare in mezzo alla gente e amava il suo pubblico.
Ma Lucio non era legato soltanto a me. Ci teneva moltissimo alla mia famiglia, a mia moglie, ai miei figli e a mia madre e mio padre, del quale conservava un ricordo profondissimo e quasi ossequioso. Aveva per tutti loro un affetto sincero e profondo, e io mi sono sentito a mia volta parte della sua famiglia, accolto da Lucio e dai suoi cari con un sentimento che andava ben oltre la semplice amicizia. Con sua moglie Nella, che lui chiamava affettuosamente Tutù, e con suo figlio Osmanno, ho sempre avuto un rapporto di grande cordialità e affetto, che ricorderò con piacere.
C’era, tra Lucio e me, una rara complicità, quasi fossi da sempre la sua spalla, ma anche una considerazione reciproca che per me ha avuto un valore enorme. Mi chiamava scherzosamente “il mio professore”. Non c'era serata, evento, intervista, presentazione o iniziativa cui gli chiedevano di partecipare che non passasse prima, in qualche modo, dal mio vaglio. In questi anni mi ha fatto contattare dalla gente più improbabile e ogni volta voleva sapere cosa ne pensavo, mi chiedeva il parere, si affidava al mio giudizio. Spesso faceva le cose proprio in funzione di quel confronto che avevamo prima. Per me è stato un grande segno di fiducia e, lo dico senza retorica, un grandissimo onore.
Persino una delle ultime cose che abbiamo fatto insieme riguarda il suo contributo al libro di prossima uscita su Alvaro Vitali, a breve pubblicato da Sagoma. L'autore, su sua richiesta, mi aveva recentemente contattato proprio per chiedermi di rivedere l'intervento di Lucio perché lui aveva voluto che passasse ancora una volta attraverso di me. L'ho riletto e rivisto poco tempo fa. Non avrei mai immaginato che sarebbe stato l’ultimo lavoro che avremmo condiviso.
Era un uomo profondamente comico, ma anche profondamente umano. Dietro quella maschera di caratterista, dietro le battute, la fisicità, la comicità spesso trasgressiva, c'era una persona capace di sentimenti profondissimi.
Chi lo conosceva bene sapeva quanto fosse stato segnato dalla perdita della figlia Giovannina, morta quando era ancora piccola. Era una ferita che non si era mai rimarginata e che Lucio portava dentro di sé, con una tristezza che ogni tanto affiorava anche dietro il sorriso, che non perderva mai.
E c'era poi il suo lato religioso, forse apparentemente lontanissimo dal personaggio cinematografico che tutti conoscevano. Ma in Lucio queste due dimensioni convivevano perfettamente: il comico irriverente e l'uomo dalla fede sincera, il personaggio esuberante e l'amico sensibile, il mattatore e il padre che non aveva mai smesso di ricordare sua figlia.
In queste ore ho letto tantissimi post di amici o semplici persone che lo hanno conosciuto anche solo per una serata. E ho visto quanto affetto ci fosse nei loro ricordi. Questo, ne sono certo, lo avrebbe fatto sorridere e sarebbe stato motivo di grande orgoglio per lui.
Penso anche alla bellissima celebrazione che il Comune di Martina Franca gli aveva dedicato il 22 giugno per i suoi 75 anni, con il sindaco orgogliosamente al suo fianco. Lucio era felicissimo di quella giornata. Era orgoglioso che la sua città gli riconoscesse finalmente quell'affetto che per tutta la vita aveva ricevuto dal pubblico, così come lo era stato qualche anno fa quando lo inserirono nel librone dei martinesi illustri in occasione di un’altra toccante cerimonia.
E poi il bellissimo ricordo che ieri gli ha dedicato Marco Giusti su Dagospia. Anche quello, se avesse potuto leggerlo, lo avrebbe reso orgoglioso. Perché Lucio era fatto così: poteva scherzare su tutto, anche su se stesso, ma quando sentiva che il suo lavoro veniva riconosciuto e che qualcuno si ricordava davvero di lui, si emozionava.
L’appassionante legame tra la sua città e il cinema è stato per lui una missione, un impegno che non si è mai spento e che cercava continuamente di trasformare in iniziative concrete. Amava organizzare le Giornate del Cinema di Genere, il Festival della Commedia all’Italiana a Martina Franca che portava avanti in maniera necessariamente discontinua, ogni volta che riusciva a mettere insieme fondi, patrocini e sponsorizzazioni. Ci teneva moltissimo perché erano occasioni per riportare attenzione su quel cinema al quale aveva dedicato una parte fondamentale della sua vita e per far incontrare attori, registi, appassionati e pubblico del suo territorio.
Proprio in quest'ultimo periodo si era fissato con un'altra idea: riportare Edwige Fenech a Martina Franca, nell'ambito di questo suo festival. Ne parlava con quell'entusiasmo contagioso che lo caratterizzava e, naturalmente, ancora prima di partire con qualsiasi organizzazione la dava già per cosa fatta. Per Lucio era praticamente un dato di fatto: Edwige sarebbe tornata a Martina. Mancavano soltanto i dettagli... che, come spesso accadeva con i suoi progetti, avremmo dovuto sistemare dopo! Era fatto così: prima veniva l'entusiasmo, poi il progetto, poi eventualmente tutto il resto. E proprio questo suo entusiasmo, quella capacità di trasformare un'idea in una cosa già reale nella sua testa, è una delle tante cose che da oggi mi mancheranno terribilmente.
Avrebbe voluto ancora fare tante cose.
Ne avevamo una in particolare già programmata e Lucio l’aveva ampiamente annunciata come se fosse praticamente già pronta per uscire: il nostro terzo libro insieme, “Lucio Montanaro e le donne”, nel quale volevamo raccontare, naturalmente a modo suo, il suo rapporto con l’universo femminile e soprattutto con le bellissime attrici con cui aveva lavorato. Un libro che sarebbe stato inevitabilmente piccante, irriverente, pieno di aneddoti e di quelle storie che Lucio sapeva raccontare come nessun altro.
Del resto, questo era anche un po’ il suo vizio, ed era un vizio che mi faceva sorridere: la gioia di fare le cose era talmente grande che ogni volta le annunciava prima ancora di averle fatte. Così capitava che parlassimo di libri, festival, spettacoli, incontri, progetti e iniziative che sembravano ormai imminenti e che poi, per mille ragioni, non si realizzavano mai. Ma forse era proprio questo il bello di Lucio: viveva già nell'entusiasmo del progetto, ancora prima che il progetto diventasse realtà.
Purtroppo, questa volta, non abbiamo fatto in tempo a scriverlo.
Avevamo anche in programma un incontro a Bisceglie a fine mese, programmato da un anno, nell'ambito de “I libri nel Borgo Antico”. Stiamo valutando in queste ore se mantenerlo comunque e trasformarlo in un'occasione per ricordare Lucio, raccontando il nostro lavoro insieme e soprattutto l'uomo che c'era dietro quei libri.
Forse è giusto così.
Perché Lucio non era soltanto un attore che abbiamo raccontato nei libri: era un amico che quei libri li ha vissuti insieme a me.
E adesso mi ritrovo con centinaia di fotografie, video, registrazioni, appunti, ricordi e soprattutto tantissime cose che avrei ancora voluto chiedergli.
Mi rimane una consolazione: abbiamo fatto davvero tantissimo insieme. Abbiamo viaggiato, lavorato, riso, scritto, girato film, presentato libri, incontrato persone, combinato guai e soprattutto ci siamo divertiti.
E forse questa è la cosa che più di tutte vorrei ricordare di Lucio.
La gioia.
Quella sua capacità di trasformare anche una giornata normale in qualcosa da raccontare.
Il nostro terzo libro, magari, un giorno lo scriverò io. Per lui. Chissà.
Ma sarà molto più difficile senza la sua voce dall'altra parte del telefono che, magari mentre stavamo parlando del nostro prossimo libro, dopo avermi ascoltato per qualche secondo, avrebbe immancabilmente detto: «Giusè, ma fammi capire... ma davvero vuoi che raccontiamo tutto quello che ho combinato con la Fenech, la Guida, la Cassini e la Rizzoli?»
E io, naturalmente, gli avrei risposto di sì.
Perché il libro sulle donne, ormai, era praticamente già scritto nelle nostre risate.
Ciao Lucio.
Amico mio, fratello mio. Con te se ne va un pezzo della mia vita. Grazie per tutto quello che abbiamo combinato insieme. E grazie per avermi regalato così tanti sorrisi.
P.S. Ho scelto di accompagnare queste parole con una foto di Lucio giovanissimo, praticamente ancora ragazzo. Mi piace tantissimo la sua espressione e mi piace pensarlo così: eternamente ragazzo, con quella faccia, quello sguardo e tutta la vita ancora davanti.
Di fotografie insieme ne ho centinaia; e poi ce ne sono migliaia di lui in altri contesti: servizi fotografici, presentazioni, televisione, set, viaggi, copertine dei nostri libri e tutto quello che abbiamo combinato in questi anni, molte delle quali già postate sulle nostre pagine in questi anni. Ne avrei tantissime da pubblicare, ma proprio per questo non riesco a sceglierne una.
Alla fine ho scelto questa. Forse perché, guardandola, vedo Lucio prima ancora che diventasse il Lucio Montanaro che tutti abbiamo conosciuto. E forse è proprio così che voglio ricordarlo.
