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Trani, il fratello di Peppino Impastato ha parlato ai ragazzi del liceo classico e pedagogico: "Non rassegnatevi"

Morir di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio. Eppur il 9 maggio 1978 a Cinisi veniva suicidato il terrorista attentatore “scassaminghia” Giuseppe Impastato mentre a Roma veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro trucidato dalle Brigate Rosse. Sarebbe pleonastico specificare di quale evento la stampa nazionale si occupò maggiormente nei giorni successivi. A Roma era stato ucciso lo stato, in Sicilia moriva la primavera.

Questa mattina i ragazzi del liceo classico e del liceo socio-psico pedagogico hanno vissuto un momento che potranno raccontare con orgoglio: hanno potuto ascoltare e riflettere sulle parole di Giovanni Impastato, fratello di Peppino. Nel salone parrocchiale dello Spirito santo centinaia di studenti hanno osservato le scene del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana.

“Sapete perché non lo abbiamo vinto l’Oscar con questo film?”, racconta con accento siciliano Giovanni, “Perché ai funerali di Peppino c’erano troppe bandiere rosse e gli americani non possono tollerarlo”. Un vizio di forma, una ingabbiatura, proprio quella che Peppino era riuscito a scrollarsi di dosso.

“Era un comunista convinto Peppino ma era libero, non seguiva tanto la lotta di classe quanto la lotta per restituire alla sua città la Bellezza”.

Prima di morire “suicidato” imbottito di tritolo, si era candidato alle elezioni comunali nella lista del partito di Democrazia Proletaria. L’amicizia con Danilo Dolci, il circolo Musica e Cultura con il quale organizzava cineforum, ascoltava musica, erano i tempi di Woodstock, si facevano convegni, si lottava giorno per giorno, le frequenze di Radio Aut.

Cosa ha spinto Peppino a ribellarsi al virus della mafiosità che da generazioni infettava la propria famiglia? Cosa lo ha portato sulle frequenze di Radio Aut a parlare del maficipio di mafiopoli prendendo in giro Tano seduto, il boss Gaetano Badalamenti?

E soprattutto, cosa potrebbero fare oggi i giovani? Giovanni Impastato ha citato varie associazioni, movimenti che hanno fatto anche storcere il naso a qualche presente. “Purtroppo molti di voi vivono in funzione di un telecomando, passando da canale a canale e osservando solo stupidità”, ha continuato Impastato, “ma la cosa che mi preoccupa di più è la rassegnazione: quando arriva distrugge. Voi dovete costruire”, come un buon motivetto siciliano recita, Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fora li denti. Giovanni Impastato ha specificato che evidentemente è la differenza dell'ambiente sociale e culturale che determina questo stato di resa, "Noi avevamo i Pink Floyd, i Rolling Stones, Bob Dylan, i cantautori della scuola genovese, poi Guccini, Dalla, et cetera". Eppure, ci sentiamo di dire che soprattutto dal nostro Sud sembrano nascere i germogli per una nuova fioritura musicale e culturale.

Ma in città come le nostre, a metà tra salotti di cartone e gioielli di cultura, cosa potrebbe fare un giovane per impegnarsi? Forse mettersi dinanzi ad uno specchio ogni mattina e recitare: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Decidere da che parte stare.

Peppino ha pagato questa scelta con la vita: nel 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole dell’omicidio di Giuseppe Impastato, e nel 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. E le sue idee non si sono certo fermate.

Prima di chiudere, Giovanni svela un segreto: “Aveva scoperto un’arma micidiale Peppino: l’ironia”.

Donato De Ceglie

 


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