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"Amos è Zawadi", il regista tranese Yari Saccotelli racconta la sua Africa

L’Africa è terra di racconti e avventure e spesso gli scrittori e i registi si rifugiano lì per cercare la giusta storia da scrivere. Le culture diverse dalla nostra, infatti, hanno il fascino dell’ignoto e per questo sembrano le più adatte per colpire lettori e spettatori. La storia, invece, che vi raccontiamo e che ha come protagonista un giovane regista tranese è ben diversa da quello che ci si aspetta.

Yari Saccotelli ha realizzato un docu-film dal titolo “Amos è Zawadi” non per il solo gusto di raccontare una storia che proviene dal cuore dell’Africa, ma perché colpito da uno speciale rapporto creatosi con i suoi due protagonisti.

«Questo progetto è iniziato quasi due anni fa – dice Yari – quando sono venuto a conoscenza di un libro “Io sono Zawadi” scritto da un giovane 17enne della Tanzania, colpito da una tetraparesi spastica. Questo ragazzo ha, infatti, una grave disabilità motoria che non gli permette l’uso delle mani. Per superare tale difficoltà, il libro è stato scritto soltanto tramite l’uso del piede destro. Zawadi racconta delle difficoltà per i ragazzi disabili di studiare in Africa e la loro vita lì. Questa storia mi ha molto affascinato e così sono partito per conoscerla meglio».

A fianco dei ragazzi disabili di quello Stato Yari scopre che esiste una onlus, Nyumba Ali, che si occupa di supportarli e aiutarli: «Sono partito con l’intenzione di raccontare la storia di questo ragazzo con il mezzo cinematografico – ci dice il regista –. Ma, una volta giunto lì, ho scoperto, oltre alla vita del giovane, anche e soprattutto un rapporto speciale. Zawadi non è indipendente, come detto, ma c’è una persona speciale che si occupa di lui tutto il giorno: suo cugino Amos. Questo rapporto tra i due mi ha molto affascinato e per questo ho deciso di incentrare il documentario proprio su questa relazione».

Come dicevamo all’inizio, spesso ci si reca in un continente diverso alla ricerca di qualche storia speciale, cercando tra popoli e realtà diversi qualcosa di originale. Ma per il regista tranese non è andata così: «Non c’è differenza nel girare un film in un altro continente – dice Yari -. Sicuramente conosci nuove realtà, abitudini diverse, però il mio viaggio è partito con uno scopo: raccontare quella storia particolare che avrebbe potuto avere come sfondo l’Italia o qualunque altro Stato del mondo. Sono stato semplicemente affascinato da un legame che valeva la pena raccontare».

Per questo motivo le difficoltà più grandi che il regista ha dovuto affrontare non sono state legate al territorio straniero, ma sono di tipo tecnico e pratico: «Nel girare il docu-film – sostiene - ero da solo, mentre in altre occasioni sono sempre circondato dal mio team. Allora avevo 20 anni, avevo appena finito l’Università e il mio bagaglio culturale contava poche esperienze nel campo cinematografico. Questa iniziale difficoltà, però, è stata superata perché insieme ad Amos e Zawadi siamo diventati una troupe».

Il Coronavirus, purtroppo, ha bloccato i propositi di Yari Saccotelli che avrebbe voluto presentare il suo docu-film: «Avrei voluto organizzare una tournée in Italia per far conoscere il mio lavoro, ma questo non è stato possibile causa Covid-19. Così abbiamo scelto di partecipare ai festival cinematografici. Al momento siamo in corsa per alcuni, ma abbiamo già avuto i primi riscontri positivi». “Amos è Zawadi”, infatti, ha ottenuto il premio come miglior film europeo al “Reykjavík International Film Festival” in Islanda, come miglior film emergente al “The Sabira Cole Film Festival” di Pittsburgh.

«Avrei voluto fare una prima a Trani - conclude il regista - ma purtroppo è saltato tutto. Continueremo a partecipare ai festival e non appena sarà possibile lo presenteremo in città».


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