Ha avuto una crisi epilettica in classe, e tutti i suoi compagni l’hanno aiutata, senza che nessuno li avesse preventivamente istruiti. “Solo” perché hanno capito che la loro speciale compagna di classe aveva bisogno di aiuto.
È una storia che viene dalla nostra Trani, precisamente dal plesso Bovio della media “Rocca-Bovio-Palumbo”, da una classe di prima media. È una storia che porta un barlume di speranza in un periodo in cui di scuola i giornalisti scrivono per la maggiore per gli eventi negativi che vi avvengono. È una storia che merita di essere raccontata perché ci ricorda che le competenze, le conoscenze, sono anche di tipo emotivo, non solo cognitivo, e che possono essere apprese anch’esse a scuola. E casualmente è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato pubblicato un articolo, su La Repubblica, su un bambino di 9 anni che ha l’epilessia e la cui maestra ha affidato a ogni compagno di classe un ruolo, nel caso in cui il bambino si sentisse male. Lo aveva raccontato la madre: «C’è chi prende il farmaco, chi avverte i collaboratori scolastici, chi prende il cuscino dall’armadietto. Questo foglio (il cartellone affisso in classe con il nome dei bambini e i compiti assegnati, ndr) per me è la vita».
A dimostrazione del fatto che questa, a scuola, è l’ordinarietà, soprattutto per chi ci lavora: aiutare gli alunni in ogni occasione, gestire le difficoltà e i problemi mantenendo la calma, avere sempre uno spirito di collaborazione. «I ragazzi hanno gestito con me ed un collaboratore scolastico il primo soccorso permettendomi di effettuare le telefonate alla mamma della ragazza e al 118 che tardava ad arrivare mentre la crisi continuava - ci ha raccontato la professoressa della scuola media Bovio -. Tutti, in momenti diversi e autonomamente, hanno assolto compiti delicati e decisivi».
«Abbiamo visto la nostra compagna a terra, improvvisamente – ci hanno raccontato i ragazzi . Ci siamo spaventati, qualcuno è scoppiato a piangere». Il collaboratore scolastico ha capito la situazione e ha chiamato immediatamente il 118, giunto però molto tempo dopo. Nel frattempo, i ragazzi hanno aiutato la docente a tranquillizzare la ragazza.
Quel giorno, a scuola, c’è stata una lezione speciale: «La scuola serve anche ad imparare ad affrontare emozioni positive o negative (come il dolore, la sofferenza), senza soffocarle per poi poterle esprimerle, così da non averne paura o esserne sopraffatti, significa imparare ad elaborare e metabolizzare per gestire e non rimuovere - ha detto la docente -. Abbiamo capito non solo cos’è il cambiamento e con quale velocità possa destabilizzarci ma anche l’importanza di sviluppare non l’adattamento passivo ma la capacità di adeguarsi ai repentini mutamenti che saranno possibili nella nostra vita come nella società. Abbiamo capito quanto sia vitale, per noi, per tutti, tirar fuori il coraggio anche quando non lo si ha, cercando di dare il meglio anche quando non si sa che fare e che, naturalmente cioè istintivamente, l’unione fa la forza».
Questo racconto scolastico, le parole della docente e dei ragazzi, ci hanno anche ricordato quanto poco si parli di una malattia come l’epilessia, una malattia neurologica. Le crisi epilettiche non sono facili da gestire, e sull’epilessia si dice sempre poco. Ancora meno ai ragazzi. La Lice, Lega italiana contro l’epilessia, ha ricordato, in occasione della Giornata mondiale dell’epilessia, 12 febbraio, cosa fare in casi di crisi epilettiche: restare calmo; posizionare sotto il capo qualcosa di morbido; non inserire mai oggetti in bocca; non cercare di tenere ferma la persona, ma girarla di lato per far defluire i liquidi dalla bocca; restare insieme alla persona e, se la crisi dura più di 5 minuti, chiamare l’ambulanza.
Federica G. Porcelli


