Ma possono davvero festeggiare tutti i lavoratori?
O esistono ancora categorie discriminate nel rivendicare questo diritto, escluse da organizzazioni e organismi?
Per troppe persone con disabilità, oggi è solo un altro giorno ai margini.
Non per mancanza di sogni, ma per mancanza di porte aperte.
Il lavoro dà dignità, identità, futuro.
Eppure, per chi vive con una disabilità, queste possibilità restano troppo spesso negate, anche quando chiede di essere incluso.
Non può esserci una vera festa finché non ci sarà spazio per tutti.
I numeri parlano chiaro:
➡️ solo il 18,3% delle persone con disabilità è occupato, contro il 63% della popolazione generale
➡️ il 66,7% dei giovani con disabilità è fuori sia dal lavoro che dalla formazione
➡️ per le donne il tasso di occupazione scende al 17,8%
➡️ il 40,5% svolge mansioni non qualificate
➡️ il 34% è costretto a un part-time involontario
➡️ solo il 12% accede a ruoli specializzati
Un sistema che, quando non esclude, spesso ghettizza.
Le persone con disabilità continuano a non essere realmente incluse in tutti gli ambiti, nelle organizzazioni e negli organismi.
Le cause sono molteplici: barriere architettoniche, ma soprattutto culturali; limiti tecnologici; carenza di politiche attive del lavoro realmente inclusive.
Parlare di “opportunità”, “percorsi di lavoro”, “valorizzazione delle capacità”, “autonomia” e “partecipazione”, mentre si propongono esperienze non retribuite o si escludono le persone dai contesti decisionali, significa infliggere un’ulteriore emarginazione.
È uno schiaffo a chi ogni giorno lotta per il riconoscimento di un diritto fondamentale:
il diritto al lavoro.
Il diritto all’inclusione.
Il diritto di essere parte, ovunque.
Felice Scaringi
